Legge e vita
Estratto del Bollettino dell’AIM – 2025 - N° 128
Riepilogo
Editoriale
Dom Bernard Lorent Tayart, osb,
Presidente dell’AIM
Prospettive
• L’aggiornamento delle Costituzioni
Padre Aitor Jimenez
• La revisione dei testi giuridici della Congregazione benedettina Sublacense Cassinese
Dom Étienne Ricaud, osb
• La CIB
Suor Lynn McKenzy, osb
• La Federazione Nostra Signora dell’Incontro
Suor Marie-Benoît Kaboré, osb
• Statuto sull'accompagnamento delle comunità fragili e sulla soppressione di un monastero
Testo ufficiale OCSO - Articolo non tradotto in italiano
• Domande per due nuovi presidenti di congregazioni
Dom Bernard Lorent Tayart, osb - Articolo non tradotto in italiano
Testimonianze
Trovare comunione nel cambiamento
F. J.-B. Donleavy et P. J. George, osb - Articolo non tradotto in italiano
Riflessioni
Riflessioni sulla presenza/assenza dei monaci nella vita della Chiesa oggi
P. Manuel Nin i Güell, osb, Esarca
Una pagina di storia
Il Concilio di Nicea
M. Jérôme de Leusse - Articolo non tradotto in italiano
Grandi figure della vita monastica
Dom Kevin O’Farrell
Dom David Tomlins, ocso
Notizie
• Il millennio di Montserrat
P. Bernat Julio, osb
• Giubileo d'oro dell'ISBF
Dom James Mylackal, osb - Articolo non tradotto in italiano
• Giubileo d'argento del monastero di Teok
P. Sibi Joseph Vattapara, osb - Articolo non tradotto in italiano
• Dom Javier Suárez
Informazioni di Sankt-Ottilien - Articolo non tradotto in italiano
• La commissione sulla Cina
Dom Bernard Lorent Tayart, osb - Articolo non tradotto in italiano
Editoriale
Questo nuovo numero del Bollettino dell’AIM offre una eco della continua evoluzione della vita monastica nel mondo. La vitalità dei monaci e delle monache è legata a una regolazione di tutti gli aspetti della vita in vista del bene comune cosicché questo numero porta il titolo di «Legge e vita». Del resto, come si sa, la vita precede sempre il diritto.
Un aspetto nuovo oggi è l’evoluzione della solidarietà tra monasteri. Su impulso della Cor orans – per quanto riguarda le monache – prendono corpo nuove federazioni o congregazioni che prendono in carico comunità isolate o fragili con il conseguente impegno in nuove iniziative. Tutto ciò si traduce anche nel campo del diritto con l’adeguamento delle Costituzioni com’è avvenuto, ad esempio, per la Congregazione Sublacense Cassinese.
Diamo la parola in questo numero a due Presidenti di due Congregazioni eletti recentemente (Sankt-Ottilien e Sublacense Cassinese).
Due testimonianze affrontano la questione del ruolo della vita monastica nella Chiesa, talvolta poco significativo e comunque sempre bisognoso di rinnovamento.
L’evocazione di una grande figura della vita monastica rappresenta sempre un grande stimolo: si tratta di dom Kevin O’Farrell, primo abate della Trappa di Tarrawarra (Australia).
Papa Francesco è tornato alla casa del Padre dopo 12 anni di fecondo pontificato che ha lasciato un’impronta sulla Chiesa con l’insistenza sulla misericordia, la sinodalità, l’ecologia e il dialogo interreligioso. Il suo successore, papa Leone XIV, si è subito espresso con le parole di Cristo Risorto: «La pace sia con voi». Molti paesi del mondo sono in guerra e le nostre comunità che vi si trovano sono in prima linea accanto alle popolazioni provate. La parola di Cristo, pronunciata dal nuovo Papa, ha sicuramente confortato le nostre comunità nel loro continuo sforzo di essere artigiani di pace e luoghi di accoglienza e di preghiera. Rinnoviamo la comunione tra le nostre comunità e con il nostro nuovo Papa.
Dom Bernard Lorent Tayart,
Presidente dell’AIM
Articoli
L’aggiornamento delle Costituzioni nelle congregazioni religiose
1
Prospettive
Père Aitor Jimenez Echave
Sottosegretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica
L’aggiornamento delle Costituzioni nelle congregazioni religiose
Sintesi dell’intervento di p. Aitor Jimenez Echave al Capitolo generale della Congregazione Sublacense Cassinese (settembre 2025).
– Ogni processo di modifica e aggiornamento delle Costituzioni è motivato dalle modifiche della vita umana, della persona, della società e anche della Chiesa. Il processo di revisione nasce sempre da uno sguardo realistico sulla vita vissuta e dalla necessità di adeguamento, per rispondere alle sfide e alle richieste della Chiesa e della società e per rimuovere qualsiasi cosa si ponga come ostacolo all’accoglimento del Vangelo.
– Si impone la necessità di un cambiamento per non rimanere anacronistici. Ciò è tanto più vero quanto più si considera che il mondo è in rapido cambiamento e non si possono rinviare interventi di modifica e aggiornamento.
– È necessario avere sempre come riferimento il contesto ecclesiale e sociale nel quale vive una comunità o una congregazione per non incorrere nell’errore di realizzare una riforma avulsa dal contesto e dalla vita reale.
– Un corpus legislativo di una famiglia religiosa può essere letto come il dirsi umano dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Da ciò discende che ogni legge e norma non vanno intese in senso semplicemente letterale ma sono una forma di linguaggio comprensibile con cui Dio parla al suo popolo. Questo contribuisce a superare la dicotomia tra legge e pastorale, tra legge e vita.
– Possono essere diversi i modi in cui ci si pone di fronte a una norma: in senso negativo, la si può intendere come elemento meramente decorativo o come arma da brandire all’occorrenza per difendersi o ottenere qualcosa che non viene concesso.
– Va evitato ogni attitudine di immobilismo ed è invece necessario porsi in un atteggiamento di cambiamento che aiuti a smascherare le incongruenze della vita religiosa, senza aver paura delle novità e del dialogo con la realtà circostante e il contesto culturale ed ecclesiale. È richiesto quindi un atteggiamento di trasparenza per potersi consegnare in tutta verità a Dio e agli uomini nella consacrazione religiosa.
– Le Costituzioni possono essere intese come un pellegrinaggio, una strada nella vita: devono costituire e non sclerotizzare, per rendere la vita credibile. Servono a “costituire”, cioè a dire la nostra appartenenza a una famiglia religiosa ed evitare di cadere nel libertinaggio e nell’anarchia. Indicano quindi un cammino, de-lineano una traiettoria che tutti sono chiamati a seguire, ciascuno con il proprio ritmo ma tutti con la stessa meta.
– L’aggiornamento delle Costituzioni potrebbe rappresentare una moda passeggera, soprattutto nel nostro tempo. D’altra parte, potrebbe anche costituire una trappola per i religiosi, ogniqualvolta si dovesse “giocare al ribasso”, allentando la tensione spirituale e carismatica dell’istituto e la radicalità della sequela Christi e adattandosi ai costumi del mondo.
– Proprio per ribadire la tensione spirituale, resta fondamentale e imprescindibile il riferimento alla Regola di san Benedetto e al Magistero della Chiesa, compreso anche quello anteriore al Concilio Vaticano II, in modo da garantire la continuità storico-carismatica tra un passato anche lontano e il presente. Ciò aiuta a mettere sempre meglio in evidenza la categoria teologica del “popolo di Dio” ed evitare il deterioramento di una vita comunitaria sempre più individualistica, senza svendere il carisma e morire di inazione.
– Il decreto conciliare Unitatis Redintegratio dichiara che il rinnovamento della Chiesa consiste nella crescita nella fedeltà alla vocazione. Perciò va eliminato tutto quanto si oppone al rinnovamento e vanno stabilite norme che favoriscano la fedeltà al carisma. In ciò i monasteri si trovano in controtendenza rispetto alla società, che vive in modo sempre più labile questo concetto.
– Importante è anche il tema della destrutturazione della vita consacrata, in parallelo con i tanti tentativi destrutturanti attualmente in corso nella società. In questa tendenza che avanza anche nella Chiesa si incontra un momento di preoccupazione, perché forse si perde di vista quale tipo di consacrazione poter realizzare, trasmettere e offrire. Ecco perché ogni aggiornamento deve andare ai fonda-menti delle strutture dei monasteri e offrire un’alternativa credibile a quanto la realtà sociale va predicando oggi.
– Restano sempre significative le parole del beato cardinal Pironio a proposito dei cambiamenti legislativi, che devono sempre far riferimento all’ispirazione originale sulla quale si basa la vita religiosa. Vanno sottolineati l’esigenza fondamentale della fedeltà e il senso di appartenenza, che sta alla base del modo di vivere e dell’impegno quotidiano di ciascuno, e al quale sacrificare anche comodità e aspirazioni personali.
– Dal decreto conciliare Perfectae Caritatis (2-4) si recuperano tre punti particolarmente significativi:
• La miglior forma di attualizzazione non potrà aver successo se non è animata da un rinnovamento spirituale.
• Il rinnovamento e l’adeguamento non si realizzano mai una volta per tutte, ma bisogna vivere in un atteggiamento costante di attualizzazione.
• Il rinnovamento consiste in una maggior osservanza della Regola e delle Costituzioni più che in una moltiplicazione delle leggi.
La revisione dei testi giuridici della Congregazione benedettina Sublacense Cassinese
2
Prospettive
Dom Étienne Ricaud, osb
Procuratore della Congregazione Sublacense Cassinese
La revisione dei testi giuridici della Congregazione benedettina Sublacense Cassinese
Il 21° Capitolo generale della Congregazione benedettina Sublacense Cassinese[1], celebrato a Montserrat dal 30 agosto all’8 settembre 2024, ha dedicato la maggior parte del suo tempo a discutere e votare un buon numero di modifiche alla sua legislazione. Perché questo lavoro?

1. Natura e ruolo delle Costituzioni di un istituto religioso
Le Costituzioni di un istituto descrivono il suo carisma, cioè la sua vocazione propria (cf. Codice di Diritto Canonico, can. 578), e gli danno la sua espressione giuridica, per regolare la vita dei suoi membri e fornire loro norme di riferimento per tutti gli aspetti della loro vita religiosa: ne specificano le strutture essenziali, il modo di governo, la sua disciplina, la formazione dei suoi membri ecc. In armonia con il diritto generale della Chiesa, al quale non possono derogare, lo completano e lo precisano.
Questi testi legislativi cercano di evitare due eccessi contrapposti: una formulazione troppo spirituale, con pie considerazioni, o, al contrario, un testo di puro tecnicismo giuridico. Tendono ad esprimersi in modo conciso e chiaro, nel modo più preciso possibile, al fine di evitare vaghezze e ambiguità.
2. Perché rielaborare le nostre Costituzioni?
Le Costituzioni di un istituto religioso non sono fisse e possono evolversi, sia per conservare il carisma originario, sia per adattarlo alle condizioni attuali. Infatti, queste cambiano, l’istituzione si evolve, la legislazione canonica della Chiesa cambia (dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco ha introdotto molti cambiamenti), alcune disposizioni diventano obsolete, compaiono nuovi problemi: diventa necessario riformare le regole o crearne di nuove.
Il Capitolo generale dell’istituto è l’organo abilitato a svolgere questo lavoro, anche se i testi votati devono poi essere sottoposti all’approvazione della Santa Sede: non si tratta di un semplice controllo tecnico, ma di un processo di comunione attraverso il quale la Chiesa autentica l’identità dell’istituto, la sua traduzione giuridica e la sua conformità al diritto universale. Tuttavia, prima del nostro Capitolo generale, tutta una preparazione è stata fatta dalla Commissione giuridica della Congregazione, e i monasteri non hanno mancato di essere consultati sulle modifiche proposte: è normale che ciò che dovrà essere applicato da tutti debba essere prima sottoposto alla riflessione di tutti. Quindi, per coloro che partecipano a tale opera, è un momento privilegiato di appropriazione del carisma e delle strutture dell’istituto.
3. Breve storia di questa revisione
Questa revisione non è certo la prima; fa parte della continuazione di quelle che hanno segnato la storia della nostra Congregazione. Ricordiamo qui solo le tappe principali, a partire dalle prime Costituzioni redatte nel 1867 e approvate dalla Santa Sede nel 1872, ma che, a partire dal 1880, furono completamente rinnovate per renderle più conformi alla tradizione benedettina e alle esigenze del tempo. Queste Costituzioni, insieme alle Dichiarazioni sulla Regola, rimasero in vigore per la maggior parte fino al 1959[2].
Il Concilio Vaticano II provocò la ripresa di questo corpus legislativo e nel 1967 fu approvato un nuovo testo, che confermava in particolare la divisione tripartita delle Costituzioni approvate nel 1959, partendo non dall’alto (come le Costituzioni del 1880), ma dal basso: i monasteri (Titolo I), poi la Provincia (Titolo II) e infine la Congregazione (Titolo III), che meglio corrisponde al carisma benedettino. Mentre questa nuova versione sembrava aver acquisito la sua espressione stabile, nel 1980 dovette essere rivista per conformarsi al Motu Proprio Ecclesiae Sanctae che impone agli istituti religiosi di distinguere nella loro legislazione tra un codex fundamentalis, che riunisce i principi dottrinali e le norme giuridiche più stabili, e codices additicii che contengono norme secondarie e adattabili. Poi questi testi hanno dovuto essere ritoccati di nuovo per conformarsi al nuovo Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1983, cosa che è stata fatta nel Capitolo generale del 1988. Infine, grazie ai Capitoli generali celebrati da allora, sono state apportate piccole correzioni nel 1996, 2008 e 2012.
La revisione approvata dal XXI Capitolo generale è al tempo stesso modesta, poiché non altera la struttura della nostra legislazione, e più ambiziosa di una semplice revisione del testo, poiché lo modifica e lo integra su punti importanti e modifica non meno di cento numeri sui duecentoquarantadue che compongono le Costituzioni e gli OCG.
Secondo le distinzioni richieste dalla Santa Sede nel 1980, il nostro corpus legislativo si articola tra le Costituzioni, testo fondamentale di una certa stabilità, e i codici secondari, testi attuativi che specificano e sviluppano le norme essenziali contenute nelle Costituzioni: si tratta degli Ordinamenti dei Capitoli Generali (OCG) e dei Capitoli Provinciali (OCP). A questi vanno aggiunte la Ratio formationis e la Ratio studiorum, testi che delineano per ogni Provincia il programma di formazione e di studi dei giovani fratelli, come pure le Consuetudini di ogni monastero.
Questo insieme, a monte del quale, ovviamente, si trova la Regola di san Benedetto, forma un’architettura complessa a più piani; quando viene ritoccato, è necessario vigilare costantemente sulla coerenza tra questi strati giuridici, in modo che nessuno contraddica o sia contraddetto da un altro, e sulla conformità del tutto con il diritto generale della Chiesa. Nel nostro lavoro di revisione, abbiamo dovuto esercitare questa vigilanza costante, concentrandoci a volte su dettagli che non apparivano in prima lettura. E nell’uso quotidiano, i superiori e i religiosi devono avere cura di agire in conformità con il diritto, tenendo conto del Codice di Diritto Canonico, delle Costituzioni e dei codici secondari.
4. Programma di questa revisione
Gli emendamenti proposti e adottati sono stati raggruppati tematicamente in cinque parti.
A/ Regolazioni varie
Già nel 2011 erano stati identificati errori e lacune nei nostri testi, discrepanze tra alcune traduzioni in volgare e il testo originale latino (con aggiunte non approvate) e riferimenti incompleti. Tutto questo è stato corretto. Per motivi di coerenza, i numeri sono stati spostati all’interno delle Costituzioni o degli OCG, o dalle Costituzioni agli OCG e viceversa, al fine di distinguere meglio le disposizioni più stabili dalle norme secondarie e adattabili.
B/ Votazioni dei Capitoli e dei Consigli
Sono state precisate le norme che regolano il modo di deliberare all’interno di un Consiglio o di un Capitolo. Bisogna distinguere tra votazioni collegiali, in cui è il gruppo stesso a decidere – ad esempio durante un’elezione – e in cui il superiore è poi un solo elettore tra gli altri, e votazioni deliberative o consultive, in cui il gruppo dà al superiore solo un consenso o un’opinione, in modo che possa decidere e agire o meno; quest’ultimo, poi, non partecipa al voto, perché non può essere il consigliere di se stesso. E’ stato inoltre necessario specificare il metodo di calcolo della maggioranza dei voti.
Su questi punti c’era infatti una certa vaghezza nella prassi delle nostre comunità: non sempre si comprendeva la differenza tra voto collegiale, voto deliberativo e voto consultivo, e non sempre i superiori sapevano se e quando votare con il loro Consiglio o Capitolo. Gli emendamenti approvati chiariscono tutto questo. Il buon governo dipende dall’uso corretto di queste pratiche deliberative, evitando sia gli abusi di potere che la debolezza della democrazia.
C/ Criteri e procedura per la riduzione e l’abolizione di un monastero
La nostra legislazione è stata originariamente concepita con la prospettiva della crescita delle case, dalla loro fondazione alla loro autonomia; al giorno d’oggi, soprattutto in Europa, bisogna constatare che la tendenza si è invertita e che spesso è necessario accompagnare il declino delle case e dotarsi di procedure adeguate a questo. Certo, esistevano già, ma l’esperienza recente ha dimostrato che sono insufficienti e richiedono una maggiore precisione. I cambiamenti apportati forniscono alla nostra Congregazione migliori strumenti giuridici per accompagnare le famiglie indebolite. La procedura prevista si svolge in tre fasi: enumerazione dei criteri per discernere che una casa non è più in grado di conservare la sua autonomia, processo volto al suo rafforzamento, prima con l’aiuto del superiore di una casa più forte, e poi, se i mezzi utilizzati non hanno successo, riduzione di questa casa a casa affiliata alla casa più forte. Infine, nel caso in cui questo rimedio non abbia funzionato, processo di trasloco della casa nel rispetto delle persone e della proprietà.
D/ Governo dell’Abate Presidente e dei suoi Consigli
Questa questione si pone regolarmente nella nostra Congregazione, perché l’equilibrio tra l’autonomia dei monasteri e il governo centrale deve essere sempre attentamente bilanciato, in modo che «la Congregazione, basandosi sui principi del pluralismo e della sussidiarietà, aiuti i monasteri stessi fornendo loro strumenti giuridici e di assistenza fraterna, dalle autorità delle Province, dirette dal Capitolo Provinciale e dal Visitatore con i suoi Consigli, e, dall’altra parte, dal Governo generale esercitato dal Capitolo generale e dall’Abate che presiede con i suoi Consigli» (Costituzioni, n. 4). Tuttavia, sembra che quando i monasteri o le province sono in uno stato di debolezza, hanno più bisogno dei servizi del governo centrale. Inoltre, gli emendamenti adottati forniscono all’Abate Presidente mezzi migliori per adempiere alla sua missione; ciò consiste non solo nel confermare, sostenere e stimolare i monasteri nella loro vita monastica, nel promuovere la loro unità e nel mantenere il legame con la Santa Sede, ma anche nel risolvere delicati problemi che sono di competenza del governo centrale, o anche di competenza della Santa Sede. E questi non mancano!
E/ Superiori maggiori non chierici
La recente dispensa concessa da Papa Francesco alle istituzioni clericali di diritto pontificio dal diritto di nominare superiori maggiori non chierici[3] è stata esaminata dal Capitolo generale perché, secondo l’interpretazione ufficiale data dal Dicastero per l’interpretazione dei testi legislativi, sono gli istituti nel loro insieme, e non i singoli in particolare a decidere, indipendentemente dal fatto che vogliano o meno avvalersene. Per questo motivo, il P. Abate Presidente dom Guillermo Arboleda ha emanato per la prima volta un decreto il 9 novembre 2023 su questo argomento, valido fino a questo Capitolo; e quest’ultimo lo confermò e ne sancì le disposizioni nelle nostre Costituzioni. Secondo queste, la nostra Congregazione può ricorrere a questa deroga solo per i superiori maggiori dei monasteri sui iuris, ma non per i Visitatori o per l’Abate Presidente. Ricordiamo che un superiore maggiore non chierico non è Ordinario ai sensi del canone 134 § 1 del Codice di Diritto Canonico; di conseguenza, gli atti di un superiore maggiore che richiedono la potestà ordinaria di giurisdizione, che deriva dal sacramento dell’Ordine (cf. cann. 129 § 1; 274 § 1), devono essere compiuti da qualcuno diverso da lui, dotato di questa potestà ordinaria, che spetta a ciascun istituto prevedere e designare. Le disposizioni adottate dal Capitolo generale stabiliscono che sarà il Visitatore per i monasteri della sua provincia, e l’Abate Presidente per i monasteri fuori provincia; per questo il Capitolo ha mantenuto la disposizione che entrambi devono essere presbiteri (cf. Costituzioni n. 120; 138), godendo così della potestà ordinaria di governo. Questo lavoro canonico un po’ austero ha potuto essere svolto dal Capitolo con flessibilità e senza tensioni, e le proposte avanzate sono state tutte adottate in breve tempo dalla maggioranza richiesta. La lunga e attenta fase preparatoria ha permesso di raggiungere questo risultato.
[1] Padre Josep Enric Parellada ne ha pubblicato una recensione nel numero 127 (2024) del Bollettino AIM, 94-96.
[2] Cf. Giuseppe Tamburrino, osb, Lex militiæ nostræ. La legislazione sublacense nella sua evoluzione, Abbazia di Praglia/Congregazione Benedettina Sublacense, 2009.
[3] Rescritto del 18 maggio 2025, n° 3.
Communio Internationalis Benedictinarum
3
Prospettive
Supr Lynn McKenzie, osb (Cullman, USA)
Moderatrice della CIB
La Communio Internationalis Benedictinarum
Sviluppi auspicati
La Communio Internationalis Benedictinarum (CIB) è l’organizzazione internazionale delle donne benedettine fondata circa 40-50 anni fa su invito dell’Abate Primate della Confederazione Mondiale dei Monaci Benedettini. La CIB si riunisce annualmente. Attualmente, le riunioni della CIB comprendono una delegata e una supplente per ciascuna delle 19 regioni del mondo che la CIB ha istituito circa 30 anni fa. Inoltre, la CIB è guidata da una moderatrice (attualmente Lynn McKenzie, osb, Monastero del Sacro Cuore, Cullman, Alabama, USA), una assistente moderatrice (attualmente Franziska Lukas, osb, Abbazia di Santa Scolastica, Dinklage, Germania) e altri quattro membri del Consiglio (attualmente Cecile Lañas, Filippine; Maria del Mar Albajar i Viñas, Spagna; Anna Brennan, Regno Unito e Hilda Scott, Australia), nonché da una segretaria esecutiva (Mary Luke Jones, USA).
Dal 2021, durante la pandemia, la Conferenza delle delegate della CIB si è riunita virtualmente e ha discusso un possibile cambiamento nella struttura della CIB. Finora, la CIB era un organismo «associato» all’interno della Confederazione Benedettina. Nel nostro incontro di settembre 2023, tenutosi presso il mio monastero di origine a Cullman, in Alabama, USA, abbiamo proseguito la discussione, guidata dalla Commissione di studio giuridico della CIB. Questa Commissione è presieduta da suor Scholastika Häring (Germania) e gli altri membri sono suor Nancy Bauer (USA), suor Patricia Henry (Messico) e suor Noemi Scarpa (Italia). Siamo grate per il lavoro che hanno svolto negli ultimi anni studiando i nostri documenti attuali e immaginando un altro modo di essere della CIB.
Una proposta di cambiamento attualmente allo studio è quella di immaginare due rami paritari dell’ordine benedettino: il ramo femminile nella CIB e quello maschile nella Confederazione. La CIB sarebbe guidata da una Moderatrice che, pur non avendo competenze tecniche, avrebbe responsabilità a tempo pieno per instaurare legami con le Benedettine di tutto il mondo e assicurare il collegamento tra le Benedettine e l’Abate Primate e la Confederazione, come pure con il Dicastero Vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata. Si tratterebbe di una struttura parallela alla Confederazione.
L’organo decisionale della CIB (attualmente denominato Conferenza delle delegate della CIB) avrebbe una nuova struttura che non si baserebbe più sulle regioni geografiche, ma piuttosto sulle congregazioni e federazioni, molte delle quali si sono formate a partire dalla Cor orans, il documento del Vaticano che richiede, tra l’altro, ai monasteri delle monache di far parte di una congregazione monastica o di una federazione. Le responsabili di queste congregazioni e federazioni, quali le presidenti e le priore generali, sarebbero i membri di tale organo decisionale della CIB. Per le congregazioni miste di uomini e donne, la congregazione dovrà determinare chi sarà il rappresentante della CIB tra le donne della congregazione mista.

Questi sono gli elementi fondamentali di una CIB ristrutturata, con molti dettagli pratici ancora da definire. La Commissione di studio giuridico della CIB ha presentato le sue proposte alla Conferenza delle delegate della CIB nel settembre 2023 e si è ispirata, nei suoi lavori futuri, alle discussioni svoltesi tra le delegate a Cullman. Le tappe successive sono state discusse durante la riunione della Conferenza dei Delegati della CIB che si è tenuta ad Assisi, prima della riunione del Congresso degli Abati a Roma nel settembre 2024. Uno degli argomenti centrali di quest’ultimo incontro sono stati i cambiamenti strutturali proposti alla CIB, per consentirle di servire meglio le Benedettine di tutto il mondo. In effetti, l’obiettivo della CIB è costruire una comunione forte tra le Benedettine. Tutto quello che la CIB può fare per promuovere questa missione è la sua ragion d’essere. Avendo riconosciuto, tra le altre cose, che la nostra struttura basata sulle regioni (ci sono 19 regioni della CIB in tutto il mondo, definite in modo un po’ arbitrario) non funziona bene come dovrebbe – date le difficoltà di comunicazione – ci siamo prefissate di trovare il modo migliore per porvi rimedio. La Commissione di studio giuridico della CIB che è stata nominata sta lavorando per aiutarci a trovare il modo migliore per proseguire.
La proposta generale di fare della CIB un’organizzazione parallela alla Confederazione Benedettina è stata ben accolta e generalmente approvata da coloro che hanno partecipato alle riunioni della CIB dal 2021. La proposta di passare da un’organizzazione basata sulle regioni a una basata sulle congregazioni e le federazioni delle benedettine consentirebbe comunicazioni più organiche attraverso i sistemi già utilizzati dalle congregazioni e federazioni. Queste proposte di cambiamenti organizzativi sono state presentate anche al Congresso degli Abati a Roma, tenutosi anch’esso nel settembre 2024.
Le prossime tappe di questa riorganizzazione della CIB includono l’elaborazione degli statuti da parte della Commissione giuridica e il loro esame durante la prossima riunione della CIB che si terrà a settembre 2025 a Montserrat.
La Commissione giuridica ha precisato i seguenti punti:
1. Consideriamo la struttura e l’organizzazione delle Benedettine a livello globale. Non consideriamo la struttura giuridica e lo status giuridico a livello del monastero stesso, né a livello delle congregazioni (di suore, di monache, femminili, miste) e delle federazioni.
2. L’obiettivo è:
- rappresentare meglio le donne benedettine,
- essere su un piano di parità con i monaci,
- avere la nostra voce nella Chiesa.
3. Il nostro fondamento è lo sviluppo della CIB negli ultimi 50 anni sotto l’egida della Confederazione dei Monaci.
4. La prospettiva è quella di avere un unico Ordine Benedettino, con un ramo maschile e uno femminile.
La nostra vocazione monastica, naturalmente, è quella di cercare Dio nel monastero, scuola del servizio del Signore. Il modo in cui questo viene vissuto localmente, attraverso i continenti, le culture e le lingue, testimonia la sapienza di san Benedetto nella Regola che ci ha lasciato. È un documento che fornisce una buona struttura, pur essendo flessibile e adattabile alle donne e agli uomini, ai diversi luoghi, ognuno con le proprie sfide e difficoltà. Il modo in cui possiamo sostenerci e stimolarci a vicenda a vivere la gioia, la fede e la fedeltà, stabili in un mondo instabile, facendo del nostro meglio per portare la luce che brilla nei nostri cuori è il lavoro monastico quotidiano dei monasteri della CIB. La CIB, comunione di donne benedettine, si impegna a sostenere questo stile di vita monastica così come viene vissuto in tutto il mondo.
La Federazione Nostra Signora dell’Incontro
4
Prospettive
Suor Thérèse-Benoît Kaboré, osb
Monaca di Joubri (Burkina Faso)
e membro dell’Équipe internazionale dell’AIM
La Federazione Nostra Signora dell’Incontro
In risposta alla richiesta della Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere sulla vita contemplativa femminile e dell’Istruzione applicativa Cor orans, una quindicina di monasteri in Francia e in alcuni paesi dell’Africa occidentale hanno deciso di formare insieme una federazione: la «Federazione Nostra Signora dell’Incontro», che è nata ufficialmente il 22 febbraio 2022. Sebbene esistessero già legami tra la maggioranza di questi monasteri, questa nuova struttura rende più formali le relazioni e favorisce una maggiore comunione. Per una migliore comprensione del nostro contributo, inizieremo con alcune considerazioni sulla Cor orans prima di affrontare le relazioni che esistono tra i monasteri della Federazione Nostra Signora dell’Incontro. Parleremo anche del legame che esiste tra questa Federazione e la Congregazione Sublacense Cassinese.
1. Alcune considerazioni generali[1]
Il termine federazione deriva dal latino foedus, che significa convenzione, alleanza, patto ecc. Il numero 86 della Cor orans definisce la federazione con queste parole:
«La Federazione è una struttura di comunione tra monasteri del medesimo Istituto eretta dalla Santa Sede perché monasteri che condividono il medesimo carisma non rimangano isolati ma lo custodiscano nella fedeltà e, prestandosi fraterno aiuto vicendevole, vivano il valore irrinunciabile della comunione (cf. VDQ 28-30)»[2].
Ogni monastero mantiene la sua autonomia, ma stabilisce legami di comunione con altri monasteri che, il più delle volte, condividono lo stesso carisma, come nel caso della Federazione Nostra Signora dell’Incontro, dove tutti i monasteri sono di spiritualità benedettina.
Con la pubblicazione della Cor orans e il moltiplicarsi di federazioni che sono sorte, si potrebbe pensare che la Federazione sia una realtà molto recente. Ma di fatto non è così. La Federazione, infatti, ha avuto inizio a metà del secolo scorso, in seguito alla promulgazione della Costituzione Apostolica Sponsa Christi Ecclesia di Pio XII nel 1950. Questa istituzione nasce come struttura di aiuto, di fraternità e di sostegno reciproco. Per il Sommo Pontefice, attraverso la Federazione, i monasteri potranno superare l’isolamento, per promuovere insieme l’osservanza regolare e la vita contemplativa.
La Costituzione Sponsa Christi Ecclesia incoraggiava fortemente le Federazioni, che considerava necessarie in certi casi, ma non le rendeva obbligatorie. In questa stessa prospettiva, il Concilio Vaticano II, nel decreto Perfectae caritatis, incoraggiava la creazione di Federazioni tra monasteri sui iuris appartenenti in un modo o nell’altro a una stessa famiglia religiosa, ma non imponeva alcun obbligo. Lo stesso Codice di Diritto Canonico non menziona alcun obbligo. Semplicemente sottolinea che la creazione di una Federazione è riservata alla sola Sede Apostolica (cf. can. 582). Un altro riferimento alla Federazione compare nel terzo paragrafo del can. 684, che affronta la questione del passaggio da un monastero all’altro.
Lo stesso avverrà con l’Istruzione Verbi sponsa del 13 maggio 1999 che definisce le Federazioni come «organi di aiuto e di coordinamento tra i monasteri, perché possano realizzare adeguatamente la loro vocazione nella Chiesa. Il loro scopo principale è quindi quello di custodire e promuovere i valori della vita contemplativa dei monasteri che ne fanno parte»[3]. Pur incoraggiando fortemente tali raggruppamenti, l’Istruzione tiene a precisare che «la scelta di aderirvi o meno dipende dalla singola comunità, la cui libertà dev’essere rispettata»[4].
La libertà lasciata a ciascun monastero di aderire o meno a una Federazione, come attestato dai documenti sopra citati, ha avuto come conseguenza che la maggior parte dei monasteri femminili di rito latino sono rimasti, fino alla pubblicazione della Vultum Dei quaerere e della Cor orans, senza alcun legame con altri, e che diversi monasteri della stessa regione si ignorassero. Con la Vultum Dei quaerere e la Cor orans, le cose sono cambiate: l’appartenenza a una Federazione è diventata un obbligo per tutti i monasteri sui iuris: «A norma di quanto disposto nella Costituzione apostolica Vultum Dei quærere, tutti i monasteri inizialmente devono entrare in una Federazione»[5].
La Federazione non è una Congregazione! È una struttura che rispetta l’autonomia dei monasteri che ne fanno parte. I suoi Statuti non riguardano la vita dei monasteri, che è regolata dalle Costituzioni di ogni monastero, ma la vita nella Federazione. Si era pensato di attribuire alla presidente federale i poteri di un superiore maggiore, ma questa scelta è stata ritenuta inappropriata perché non ci sarebbe più alcuna differenza tra una presidente federale e un’abbadessa, presidente di una Congregazione monastica. La presidente federale non è quindi una superiora maggiore, anche se la sua autorità è stata ampliata. Può solo intraprendere quanto stabilito nell’Istruzione Cor orans[6]. Dispone attualmente di tre nuovi poteri:
a) Il diritto di accesso nei monasteri federati: prima della Cor orans, la presidente della Federazione era autorizzata a effettuare visite materne nei monasteri, ma la vera figura di visitatore era il vescovo diocesano o l’Ordinario religioso maschile. La visita doveva essere concordata e la superiora del monastero doveva consentire alla presidente di entrare nel suo monastero. La visita, quindi, doveva essere richiesta e accettata. Attualmente, esistono tre livelli di visita:
1) le visite materne e amichevoli (cf. Cor orans 114);
2) le visite speciali, effettuate quando in un monastero ci sono problemi, e la Federale procede a un’indagine sul posto (Cor orans 113);
3) la visita canonica vera e propria, in cui la Federale accompagna il Vescovo diocesano o l’Ordinario religioso maschile come co-visitatrice. Tuttavia, va notato che anche se è solo co-visitatrice, ha un ruolo molto importante da svolgere durante la visita e anche dopo la visita[7].
b) La proroga dell’esclaustrazione: ci si potrebbe chiedere perché alla superiora di un monastero sui iuris, che è superiora maggiore, non venga data l’autorità di concedere un’esclaustrazione triennale, come avviene per i superiori maggiori degli altri istituti religiosi. Si tratta di una domanda legittima, ma il Dicastero ha giudicato diversamente. Il primo anno di esclaustrazione è concesso dalla superiora del monastero, mentre le proroghe del secondo e del terzo anno sono concesse dalla presidente federale con il consenso del Consiglio federale (cf. CO 130).
c) La presidente federale deve dare il suo parere anche nel caso di un’alienazione o di un’altra transazione in cui la situazione patrimoniale di un monastero della Federazione potrebbe subire un danno[8]. Questa disposizione deroga alla norma del can. 638 § 4 che attribuiva tale ruolo all’Ordinario del luogo, il quale doveva in simili situazioni dare il suo consenso per iscritto.
Per quanto riguarda la struttura della Federazione, non ci sono cambiamenti significativi, vale a dire che è rimasta in gran parte la stessa. La presidente federale dispone di un Consiglio composto da quattro persone (cf. CO 123). La Federazione ha poteri propri, dispone di una sede legale e, oltre alle quattro consigliere, dispone pure di una segretaria, un’economa[9] e una formatrice[10] federali.
In particolare, la Federazione ha un ruolo importante da svolgere nel campo della formazione – formazione delle badesse, noviziato comune, corsi per le professe temporanee e altri tipi di formazione – così come per l’aiuto da portare ai monasteri in difficoltà. Per quanto riguarda quest’ultimo punto, la Federazione potrà facilitare il trasferimento di monache, sia temporaneo sia permanente, allo scopo di sostenere una comunità in difficoltà.
Inoltre, la Cor orans offre alla Federazione la possibilità di fondare o di affiliare un monastero. Anche se non è una superiora maggiore, in caso di fondazione o di affiliazione, la presidente federale agisce come una superiora maggiore.
1. La comunione tra i monasteri della Federazione Nostra Signora dell’Incontro
La comunione è un tratto caratteristico della Chiesa. Abbiamo appena vissuto il Sinodo sulla sinodalità, che ce lo ha ricordato in modo molto forte:
«Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa […]. I cristiani sono chiamati a camminare insieme, mai come viandanti solitari […]. Camminare insieme significa essere tessitori di unità»[11].
È quanto vogliono vivere i monasteri della nostra Federazione, il cui nome dice tutto: «Nostra Signora dell’Incontro». Questo titolo traccia un intero programma. I monasteri della Federazione vogliono «sviluppare un cuore che batte insieme e per l’insieme»[12]. E questo esprime chiaramente il desiderio di vivere la comunione.

Più grande è la comunione, più si aprono possibilità di collaborazione, opportunità di aiutare ed essere aiutati. Da questo punto di vista, le assemblee federali, come pure gli altri incontri tra i membri della Federazione, sono momenti forti di comunione e di arricchente condivisione. Condividiamo non solo le nostre difficoltà, ma anche le nostre esperienze. Questi incontri federali permettono una vera conoscenza reciproca. Ci permettono anche di sostenerci e incoraggiarci a vicenda, di uscire dall’isolamento e dalla solitudine per incontrare l’altro. Quando ci sono le forze possiamo avere l’impressione di essere autosufficienti, di non aver bisogno degli altri. L’esperienza di fragilità che, in un modo o nell’altro, vivono tutte le comunità, ci fa comprendere il valore della comunione, la necessità di camminare insieme e di sostenerci. Oggi, se vogliamo andare più lontano, non possiamo voler camminare da soli. Papa Francesco, di venerata memoria, ce lo ha costantemente ricordato negli ultimi anni: «Non possiamo salvarci da soli. Si ha bisogno anche degli altri».
La possibilità di uno scambio di servizi fraterni tra monasteri[13] è un elemento prezioso da sottolineare. Quando un monastero ha bisogno di aiuto, gli altri inviano sorelle per sostenerlo. La Federazione è quindi una vera e propria struttura di carità vissuta.

A nome della Federazione, i monasteri dell’Africa occidentale sostengono le loro sorelle del Monastero Santa Croce di Friguiagbé, in Guinea Conakry. A questo proposito, va riconosciuto che i monasteri dell’Africa occidentale vivevano delle autentiche relazioni fraterne attraverso l’associazione creata nel 1980 dalle Madri fondatrici. È sempre a nome della Federazione che l’Abbazia di Jouarre accoglie nella sua RSA le suore anziane di altri monasteri francesi della Federazione.
Le visite fraterne in occasione di eventi importanti come la benedizione abbaziale, la professione solenne, la dedicazione della chiesa del monastero ecc., sono tutte circostanze che esprimono il desiderio di camminare insieme e di sostenersi a vicenda. Così, a nome della Federazione, diverse monache provenienti da monasteri francesi hanno partecipato due anni fa alla dedicazione della chiesa del Monastero della Buona Novella a Bouaké, in Costa d’Avorio. Analogamente, alla professione solenne di suor Marie-Gertrude di Santa Croce di Friguiagbé, lo scorso dicembre, erano rappresentati diversi monasteri. Di particolare rilievo è la presenza a diversi di questi eventi della Madre Badessa Bénédicte de l’Assomption, di Dzogbégan, Consigliera Federale.
L’elemento più importante della struttura federale è l’Assemblea federale, generalmente composta dalla superiora e dalla delegata di ogni monastero. L’Assemblea stabilisce gli orientamenti e gli impegni della Federazione con riferimento agli statuti che saranno poi messi in atto dalla presidente federale con il Consiglio. La prima Assemblea generale della Federazione si è tenuta dal 7 al 13 novembre 2022 a Jouarre. Essa ha avuto il compito di eleggere la sua prima presidente nella persona di Madre Christophe Brondy, badessa di Jouarre. Con i membri del Consiglio eletti durante questa stessa Assemblea, ella si è impegnata a guidare la Federazione per sei anni. I preparativi per l’Assemblea Federale Intermedia[14], che si terrà dal 16 al 22 novembre di quest’anno, sono in corso, con diversi incontri online delle superiore che apprezzano molto questi incontri di scambio e di condivisione di esperienze.
È chiaro che la Federazione funzionerà nella misura in cui si instaurerà un clima di comunione, fiducia e collaborazione tra i monasteri. Ogni monastero deve capire che non può vivere isolato dagli altri, né nascondersi dietro la propria autonomia per non essere disturbato o per non dover rispondere delle proprie azioni a nessuno. Tutti devono sentirsi responsabili del buon andamento della Federazione.
3. Legame tra la Federazione e la Congregazione Sublacense Cassinese
Dal momento che la Cor orans incoraggia «l’associazione giuridica dei monasteri di monache all’ordine maschile corrispondente al fine di tutelare l’identità della famiglia carismatica»[15], la nostra Federazione si è rivolta alla Congregazione Sublacense Cassinese, Congregazione alla quale tutti i monasteri della Federazione erano già associati in un modo o in un altro. Questa associazione offre ai monasteri della Federazione un prezioso aiuto, unendoli alla vita spirituale e alle tradizioni della Congregazione. In particolare, la Federazione ha «la possibilità di avvalersi di indulti concessi alla Congregazione Sublacense Cassinese e che possono riguardare la vita delle monache». Così pure, può ricorrere «al procuratore della Congregazione per le questioni riguardanti i rapporti della Federazione con la Curia Romana». La Federazione può inoltre avvalersi dell’Ordo divini officii della Congregazione. Occorre inoltre aggiungere che «l’assistente religioso, che rappresenta la Santa Sede presso la Federazione, è preferibilmente un abate o un monaco sacerdote della Congregazione Sublacense Cassinese»[16]. In questo modo, l’associazione crea profondi legami di vita spirituale e fraterna con i nostri fratelli della Congregazione e ci fa sentire vere figlie di san Benedetto. Questa è una cosa positiva!
Possiamo forse immaginare che un giorno formeremo tutti una medesima e unica Congregazione? Non possiamo impedirci di sognare! Ma per il momento, pensiamo alla Federazione. Essa ha un ruolo importante da svolgere per dare un nuovo impulso alla vita dei monasteri. Per i monasteri stessi, si tratta di vivere l’autonomia nella comunione. Oggi è necessario sviluppare una mentalità di comunione più ampia, di conoscenza reciproca e di disponibilità alle esigenze delle diverse realtà comunitarie che ognuno dei monasteri federati dovrebbe sentire come proprie...
[1] Su queste considerazioni, si veda: O. Pepe, La federazione dei monasteri fra presente e futuro, in Sequela Christi, XLII (2016), 319-332; T.B. Kabore, Vie monastique et législation canonique, l’identité bénédictine face aux défis contemporains en Afrique de l’Ouest, Saint-Léger, 2023, 214-218.
[2] Cor orans 86.
[3. Verbi sponsa 27.
[4]. Verbi sponsa 27.
[5] Cor orans 93.
[6] Cf. Cor orans 110.
[7] Cf. Cor orans 111-112; 115-116.
[8] Cf. Cor orans 52-53.
[9] Cf. Cor orans 134.
[10] Cf. Cor orans 148.
[11] Papa Francesco, Camminiamo insieme nella speranza, Messaggio per la Quaresima 2025.
[12] È la parola d’ordine data dalla prima Assemblea federale.
[13] Federazione Nostra Signora dell’Incontro, Statuti, art. 6.
[14] Cf. Cor orans 136.
[15]. Cor orans 79.
[16] Federazione Nostra Signora dell’Incontro, Statuti, art. 61.
Comunità aderenti alla Federazione: Abbazia di Pradines (Francia), Abbazia di La Rochette (Francia), Abbazia di Jouarre (Francia), Abbazia di Maumont (Francia), Abbazia di Chantelle (Francia), Abbazia di Poitiers (Francia), Priorato di Bouaké (Costa d’Avorio), Priorato di Friguiagbé (Guinea Conakry), Abbazia di Dourgne (Francia), Monastero di Flée (Francia), Abbazia di Limon (Francia), Abbazia di Valogne (Francia), Abbazia di Venière (Francia), Monastero di Urt (Francia), Monastero di Sadori (Togo), Monastero di Koubri (Burkina Faso), Abbazia di Dzogbégan (Togo).
Statuto sull'accompagnamento delle comunità fragili e sulla soppressione di un monastero
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Prospettive
OCSO
Statuto sull'accompagnamento delle comunità fragili e sulla soppressione di un monastero
Articolo non tradotto in italiano
1. Lorsqu’une communauté est confrontée à une fragilité croissante, elle est encouragée à affronter la situation honnêtement. Chaque communauté de l’Ordre, sur chaque continent, peut être confrontée à cette fragilité à un certain moment de son histoire. Il est important dans ce cas que la communauté ne s’isole pas sous prétexte de son autonomie, mais qu’elle se perçoive « comme faisant partie d’une véritable communion constamment ouverte à la rencontre, au dialogue, à l’écoute attentive et à l’assistance mutuelle » (cf. VDQ 29). La Charte de la charité nous enseigne aussi à chercher et à accepter une assistance concrète « afin de vivre d’une seule charité » (CC III.2).
2. « Dans un esprit de docilité à la voix de l’Esprit Saint », la communauté discute de la situation « humblement et franchement » (cf. C. 36.1). Chacun est appelé à l’attention mutuelle, à la collaboration et à l’obéissance. « La lumière de la foi est particulièrement nécessaire en ces temps difficiles afin de voir que le cœur se forme par l’expérience personnelle et communautaire de la croix, de la mort et de la résurrection du Christ » (Ratio 54).
Des solutions créatives sont nécessaires dans ces situations.
I. Prise de conscience de la fragilité
3. En premier lieu, il est de la responsabilité de chaque communauté, sous la direction de son supérieur, d’envisager sa situation avec réalisme, non seulement d’un point de vue humain, mais surtout du point de vue de la foi. Une expérience de fragilité doit être accueillie comme une invitation du Seigneur à choisir la vie en entrant dans le Mystère pascal.
4. Dans l’esprit de l’Évangile, les communautés doivent demander et accepter l’aide du Père immédiat, de la Région, de l’Abbé général, du Chapitre général ou d’autres. Les éléments à considérer dans l’évaluation et le discernement peuvent inclure :
- le nombre de moines ou de moniales ;
- le profil d’âge de la communauté ;
- si elle a la vitalité nécessaire pour vivre la vie monastique ;
- la capacité de la communauté à assurer la formation et la gouvernance ;
- la dignité et la qualité de la vie liturgique, fraternelle et spirituelle de la communauté ;
- la valeur de témoignage de la communauté et sa communion avec l’Église locale ;
- si la structure économique est saine ;
- si les bâtiments sont adaptés à la communauté actuelle.
Ces éléments doivent être considérés de façon globale, dans une perspective équilibrée et dans le contexte de la communauté en question.
5. Dans une situation de fragilité croissante dans sa maison-fille, le Père immédiat doit avoir le courage d’aider le/la supérieur et la communauté à affronter cette réalité. La visite régulière est l’instrument le plus approprié à cette fin (Stat. RV 15).
II. Mesures pastorales et collaboration
6. En aidant la communauté à faire face à sa situation, le Père immédiat procède avec beaucoup de tact et de charité, confiant dans l’action de l’Esprit Saint en chaque personne et dans la communauté. Ensemble, ils chercheront des moyens d’aider la communauté à vivre la plénitude de la conversatio cistercienne. Il pourrait s’agir notamment de :
– prendre conscience des changements dans la société, de la réalité des jeunes et de la nécessité de changer les méthodes de formation ;
– adapter les bâtiments, la liturgie, les horaires, le travail et l’économie à la taille et aux capacités de la communauté ;
– changements d’officiers ; aide par l’intermédiaire de personnel provenant d’autres communautés ou de l’extérieur de l’Ordre (par ex. pour les soins de santé, l’économie) ;
– s’efforcer de promouvoir une meilleure communication au sein de la communauté ou de promouvoir la réconciliation entre ses membres ;
– la recherche d’autres formes d’aide au sein de la filiation ou de la Région ;
– la création d’une Commission pour l’avenir.
7. Le succès de ces mesures dépend dans une large mesure de la coopération et de la bonne volonté de toutes les personnes impliquées (communauté, supérieur/e, Père immédiat).
III. Fragilité avancée : mesures spéciales
8. Si, après tous ces efforts, la situation de fragilité persiste, le supérieur ou le Père immédiat, ou une Commission du Chapitre général, ou l’Abbé général, porteront la situation à l’attention particulière du Chapitre général. Si le Père immédiat juge que la communauté ne peut plus former de nouveaux aspirants, il demande au Chapitre général de suspendre son droit de recevoir des aspirants, conformément au Statut 79.B.
9. Une Commission pour l’avenir sera établie par le Chapitre général, laquelle inclura le Père immédiat et remplacera toute Commission existante. Le but et le mandat de cette nouvelle Commission seront précisés par le Chapitre général. Il s’agira notamment de veiller à ce que les biens temporels du monastère soient bien gérés, conformément aux Constitutions et au droit civil du lieu, et sauvegardés en vue de l’éventuelle fermeture du monastère.
10. Si la situation de la communauté ne s’améliore toujours pas, le Chapitre général, à la demande du Père immédiat, peut procéder à la suspension de l’exercice de l’autonomie de la communauté. Ce vote du Chapitre général requiert une majorité absolue. Le Chapitre général nomme ensuite un/e Commissaire monastique qui veillera aux soins des membres de la communauté pour qu’ils puissent continuer à vivre ensemble le plus possible. Ce/cette Commissaire, qui peut être de l’intérieur ou de l’extérieur de l’Ordre, est un(e) supérieur(e) religieux/se majeur(e) dont l’autorité est limitée au sens de la lettre de nomination. Il/elle fera rapport régulièrement au Père immédiat. Si cette personne n’est pas déjà membre de la Commission pour l’avenir, il/elle le devient au moment de sa nomination comme Commissaire monastique. En certains cas exceptionnels et urgents, le Chapitre général peur nommer le Père immédiat Commissaire monastique.
11. Le/la Commissaire monastique n’a pas besoin de vivre au monastère. Il/elle peut désigner quelqu’un d’autre pour s’occuper des besoins quotidiens de la communauté, qu’il s’agisse d’un membre de la communauté, d’un autre membre de l’Ordre, du membre d’un autre institut religieux ou même d’un laïc.
12. Le/la Commissaire monastique choisit au moins deux personnes comme conseillers/ères, qui peuvent provenir de l’intérieur ou de l’extérieur de la communauté. Au besoin, ces conseillers/ères agissent comme conseil du/de la Commissaire monastique. Le chapitre conventuel est suspendu sauf pour les actes d’administration extraordinaire et pour le vote mentionné au numéro 19 ci-dessous. Le/la Commissaire monastique tient les membres de la communauté informés et reste à l’écoute de leurs opinions sur les questions importantes.
13. La suspension de l’exercice de l’autonomie ne change pas la relation de filiation. Le Père immédiat continue d’aider et de soutenir le/la Commissaire monastique de sa maison-fille dans l’exercice de sa charge (cf. C. 74.1). Tous les droits et obligations du Père immédiat envers la maison-fille restent intacts, y compris ceux de la Visite régulière.
14. Si la communauté dont l’exercice de l’autonomie est suspendu a des maisons-filles, le Père immédiat, en consultation avec les maisons-filles, décidera comment l’exercice de la paternité sera effectué.
15. Si la situation de la communauté s’améliore et que la communauté et/ou le Père immédiat est d’avis que l’exercice de l’autonomie peut reprendre, l’un ou l’autre ou les deux en informent le Chapitre général. Le Chapitre général enquête sur la question et juge s’il y a lieu de lever la suspension, ce qui requiert un vote à la majorité absolue du Chapitre général.
16. Entre les Chapitres généraux, dans les cas qui ne peuvent être reportés, l’Abbé général, avec le consentement de son Conseil, a le pouvoir d’agir au nom du Chapitre général dans tout ce qui est indiqué ci-dessus concernant la suspension de l’exercice de l’autonomie d’une communauté (C 82.2).
IV. Le processus de suppression
17. Quand, en raison de circonstances particulières et de longue date, un monastère n’offre plus aucun fondement d’espoir de croissance (cf. PC 21), on examine soigneusement s’il doit être fermé.
18. L’évêque du lieu est consulté.
19. Lorsque la communauté a pris conscience qu’elle doit être fermée, le Père immédiat invite le chapitre conventuel à exprimer son acceptation de cette réalité par un vote qui requiert la majorité absolue.
20. Pour envisager la suppression d’un monastère, le Chapitre général exige un rapport écrit du Père immédiat et un du Commissaire monastique, accompagnés de leur avis sur le sujet.
21m. Seul le Chapitre général, à la majorité des deux tiers, peut décider de la suppression d’un monastère autonome.
21f. Seul le Chapitre général, à la majorité des deux tiers, peut demander au Saint-Siège de supprimer un monastère autonome (ICI 616, 4).
22. Après que le Chapitre général a voté la suppression d’un monastère ou, dans le cas d’un monastère de moniales, a voté de demander au Saint-Siège de le faire, il nomme une commission de fermeture composée d’au moins cinq personnes pour mettre en œuvre la suppression. Cette Commission, qui remplace la Commission mentionnée au paragraphe 9 ci-dessus, accorde une grande attention pastorale aux membres de la maison supprimée, et veille à ce que chacun/e trouve une communauté de l’Ordre qui l’accueille en vue d’assurer sa stabilité. Tout membre de l’Ordre a le droit et le devoir d’avoir la stabilité dans un monastère de l’Ordre, avec tous les droits et obligations qui y sont liés.
23. La communauté qui accepte de tels membres venant d’une communauté supprimée exprimera sa volonté et son engagement par un vote. Ce vote, qui requiert la majorité absolue, a lieu au moment de l’acceptation et non après une période de probation. Ces nouveaux membres d’une communauté seront invités à faire preuve de prudence dans l’utilisation de leur droit de vote nouvellement acquis.
24. Lorsqu’un membre âgé ou malade d’un monastère supprimé doit vivre en permanence dans n’importe quel type de foyer de soins, une communauté de l’Ordre doit accepter de prendre soin de lui jusqu’à son décès. Il/elle acquiert la stabilité dans cette communauté mais, compte tenu de son absence physique, l’exercice de son droit de vote peut être suspendu.
25. Les avoirs financiers du monastère supprimé, dans le respect du droit civil du lieu et de la volonté des fondateurs et des donateurs, suivent les membres survivants de la communauté et vont, en proportion, aux monastères qui les reçoivent. Si ces biens sont importants, une partie est réservée pour aider d’autres monastères de l’Ordre, et pour répondre aux besoins de la localité où se trouve le monastère. La gestion de cette répartition des biens et d’autres éléments du patrimoine du monastère (par ex. archives, bibliothèque, etc.) est confiée à la Commission qui supervise la fermeture. Celle-ci peut se faire assister, si nécessaire, par des personnes compétentes qui ne doivent pas nécessairement être membres de l’Ordre.
Si la communauté a des dettes, la même Commission les remboursera en puisant dans les avoirs financiers de la communauté avant de les diviser, et en faisant appel, si nécessaire, à d’autres communautés ou aux organes de l’Ordre tels que la Commission d’aide ou la Commission des finances de l’Ordre.
26. Cette Commission rend compte de ses travaux au prochain Chapitre général et, dans l’intervalle, tient l’Abbé général et son Conseil informés de l’évolution de la situation.
27. Lorsque le processus de fermeture est entièrement terminé, le Chapitre général émet une déclaration de fermeture. Les travaux de la Commission de fermeture s’arrêtent alors.
Domande per due nuovi presidenti di congregazioni
6
Prospettive
Dom Bernard Lorent Tayart, osb
Presidente dell'AIM
Domande per due nuovi presidenti di congregazioni
Articolo non tradotto in italiano
Récemment, les congrégations de Subiaco-Montecassino et de Sankt-Ottilien, parmi les plus importantes de la Confédération, ont élu leur Abbé Président : dom Ignasi M. Fossas pour Subiaco-Montecassino, dom Javier Aparicio Suarez pour Sankt-Ottilien. Les deux nouveaux Abbés Présidents sont originaires de la péninsule ibérique. C’est l’occasion pour nous de les rencontrer et de les interroger sur le fonctionnement de la Congrégation, la formation, l’économie et la vie spirituelle.
Avant d’être président, quel a été votre parcours monastique ?
P. A. Ignasi : j’ai été infirmier pendant quatre ans, secrétaire du Père Abbé durant cinq ans, économe sur deux périodes de six ans et de trois ans, maître des novices deux ans et demi, sous-prieur quatre ans et prieur durant dix ans.
P. A. Javier : En 2010, j’ai été nommé supérieur de notre communauté en Espagne, située sur le chemin de Compostelle. Depuis 2021, j’étais le procureur de la congrégation de Sankt-Ottilien, ce qui correspond à la charge d’économe général.
Dom Ignasis M. Fossas, président de la congrégation Subiaco-Montecassino, et dom Javier Aparicio Suarez, président de la congrégation de Sankt-Ottilien.
I. Le fonctionnement de la Congrégation
Comment décrire votre Congrégation ? Quels sont ses charismes principaux ? le nombre de membres et de maisons, les langues utilisées ?
P. A. Ignasi : La congrégation de Subiaco-Montecassino est une congrégation internationale qui s’est formée sur les 150 dernières années par l’agrégation progressive de monastères très différents. La caractéristique principale de la Congrégation est justement la diversité. On trouve des monastères avec de grands écoles et en même temps des monastères situés en pleine campagne. Ensuite, nos monastères sont dispersés sur les cinq continents.
P. A. Javier : Je pense que nous sommes une Congrégation fortement dynamique, avec une énergie qui vient précisément de la combinaison de la dimension monastique avec notre charisme éminemment missionnaire.
Vos deux congrégations sont internationales. Où sont situés vos monastères ? Quelles langues utilisez-vous pour communiquer entre vos communautés ?
P. A. Ignasi : Comme je viens de le dire, nous sommes établis sur les cinq continents. Les langues utilisées sont l’italien, le français, l’anglais, l’espagnol, en plus des langues locales.
P. A. Javier : À part l’Australie, nous avons des monastères sur les quatre continents avec une forte présence en Afrique et évidemment en Europe d’où provient la Congrégation. La langue officielle pour nos réunions est l’anglais mais, vu notre caractéristique internationale, l’apprentissage des langues est un instrument important pour mener à bien notre mission.
Comment est constitué votre Chapitre général ?
P. A. Ignasi : Notre Chapitre général est formé de tous les supérieurs des monastères sui juris, les visiteurs des huit provinces qui composent la Congrégation et les délégués de chaque province (un délégué pour cent moines).
P. A. Javier : Tous les supérieurs majeurs de chaque communauté assistent au Chapitre général en plus d’un représentant de chaque monastère élu par les communautés. Les membres du Conseil de la Congrégation sont présents, et en plus il arrive qu’on invite les supérieurs de certaines maisons dépendantes. Et enfin, il y a un nombre considérable d’assistants : secrétaires, traducteurs, etc.
Se réunit-il toujours au même endroit ?
P. A. Ignasi : Pas toujours. D’habitude, on se réunit en Italie un peu avant le Congrès des abbés pour faciliter les voyages des moines qui viennent de loin. Mais le dernier Chapitre général, en 2024, s’est tenu à Montserrat pour fêter le millénaire de la fondation de cette abbaye.
P. A. Javier : Cette année, exceptionnellement, nous nous sommes réunis à l’abbaye de Waegwan en Corée. Sinon, le Chapitre général se réunit à Sankt-Ottilien, en Bavière.
Combien de temps dure-t-il ? Quelle est sa régularité ?
P. A. Ignasi : Le Chapitre général se réunit tous les quatre ans et il dure en moyenne de cinq à sept jours.
P. A. Javier : S’il n’y a rien d’exceptionnel à traiter, le Chapitre dure deux semaines et il est convoqué tous les quatre ans.
Comment est composé le Conseil de votre Congrégation ?

P. A. Ignasi : Dans la congrégation de Subiaco-Montecassino, l’Abbé Président a deux Conseils : d’abord le Conseil des visiteurs qui se réunit en mai et en novembre ; ensuite le Conseil des assistants, composé de quatre moines dont un est le procureur, qui se réunit d’habitude une fois par mois.
P. A. Javier : Le Conseil est présidé évidemment par l’Abbé Président. Le Conseil est constitué du procureur et du secrétaire qui sont proposés par l’Abbé Président et confirmés par le chapitre ; deux abbés sont élus comme assistants de l’Abbé Président et cinq membres sont aussi élus par le Chapitre. Ce qui fait un total de dix membres.
Combien de fois se réunit-il ? en présentiel ? par Zoom ?
P. A. Ignasi : Normalement les réunions sont en présentiel, mais il y a aussi la possibilité d’utiliser Zoom.
P. A. Javier : On se réunit deux fois par an en présentiel pour cinq jours. En plus, nous avons des réunions périodiques via Zoom.
Votre Congrégation a-t-elle un Siège permanent ?
P. A. Javier : Le Siège de la Congrégation (House of the congregation) est situé dans l’abbaye de Sankt-Ottilien. Y résident l’Abbé Président, le procureur et le secrétaire.
P. A. Ignasi : Chez nous, c’est à Rome, via Sant’Ambrogio 3, dans la « Domus paterna sancti Ambrosii ».
Vu l’importance de vos congrégations, avez-vous une organisation régionale ? Comment les relations interrégionales fonctionnent-elles ?
P. A. Javier : Il arrive que certaines parties du monde travaillent plus entre elles comme c’est le cas pour les monastères situés en Afrique qui composent 59 % de l’ensemble de la Congrégation. Idem, les monastères européens ont un poids spécifique. Nous avons l’intention de consolider les relations entre les monastères situés en Amérique et en Asie.
P. A. Ignasi : Nous avons une organisation par provinces. Certaines provinces sont basées sur la région comme les provinces vietnamienne, italienne, philippine ; et d’autres sur la langue : provinces française, espagnole, anglaise.
Avez-vous l’occasion de réunir les supérieurs de vos monastères en dehors du Chapitre général ? Ont-ils l’occasion de se rencontrer souvent ? Pouvez-vous vous-mêmes les rencontrer en dehors de Chapitres ou des visites canoniques ?
P. A. Javier : Tous les quatre ans, entre la célébration du Chapitre général, on convoque une réunion avec tous les supérieurs majeurs pour évaluer le Chapitre passé, suivre l’évolution des thèmes traités et déjà proposer de nouveaux thèmes pour le Chapitre suivant.
En plus, les différentes régions ont des réunions des supérieurs avec une fréquence annuelle. Enfin, il y a de nombreuses occasions informelles pour permettre aux supérieurs de se rencontrer.
P. A. Ignasi : À cause des dimensions de notre Congrégation, tous les supérieurs se rencontrent seulement lors des Chapitres généraux. Entre eux cependant, ils se rencontrent au niveau des provinces ou à un niveau régional, avec les supérieurs d’autres congrégations bénédictines ou même d’autres Ordres.
Envisagez-vous au sein de votre Congrégation le transfert de moines ou de moniales du Sud, où les vocations sont plus nombreuses, vers le Nord où elles manquent ? Ou laissez-vous les communautés traiter de cela indépendamment ?
P. A. Javier : C’est un thème complexe qui demande une réponse détaillée. L’expérience nous montre que chaque cas doit être traité de manière individuelle, tant pour le moine que pour la communauté à laquelle il est destiné. Ce n’est pas tant une question de faire nombre mais plus une motivation et un projet pour que cela puisse être mené à bien. Nonobstant, c’est un thème qui n’est pas fermé et la Congrégation comme telle tient beaucoup à y réfléchir.
P. A. Ignasi : Chaque communauté décide indépendamment. Il y a du passage, mais on est plus dans le cadre de l’hospitalité des monastères du Nord qui accueillent les moines du Sud pour favoriser la formation.
Comment réagit votre Congrégation sur la possibilité d’avoir des supérieurs majeurs qui ne soient pas prêtres alors que vos congrégations sont sans doute considérées comme sacerdotales par le Saint-Siège ?
P. A. Javier : La demande est très différente de la précédente, mais la réponse est la même : chaque cas doit être traité de manière singulière en tenant compte de l’individu et de la communauté.
P. A. Ignasi : Il y a déjà certains cas qui fonctionnent, je crois, sans problème. Le dernier Chapitre général a introduit des modifications dans nos Constitutions en ce sens. Nous attendons la réponse du Dicastère (DIVCSVA).
Avez-vous une Commission canonique chargée de vous aider en cette matière ?
P. A. Javier : Nous n’avons pas une Commission canonique comme telle mais des experts en droit canonique qui sont consultés quand c’est nécessaire.
P. A. Ignasi : oui, nous avons une Commission.
II. La formation
En ce qui concerne la formation, avez-vous un projet commun au sein de la Congrégation, ou chaque monastère est autonome en la matière ?
P. A. Ignasi : Chaque monastère est autonome mais il y a des programmes communs pour chaque province. Un bel exemple est le Studium de Bouaké.
P. A. Javier : Il y a des années, on a élaboré des éléments de formation, pas un statut, qui envisageaient certains des points fondamentaux communs à toute la Congrégation. On a établi des principes généraux de ce qui était alors considéré comme nécessaire au niveau de la Congrégation.
Trouvez-vous facilement des formateurs ?
P. A. Ignasi : Non, pas facilement. C’est désormais un défi tant au Nord qu’au Sud.
P. A. Javier : On ne naît pas formateur, on le devient ! Dans tous les cas, cela dépend des possibilités de personnel dont dispose chaque communauté. Malgré cela, trouver un bon formateur n’est pas une tâche facile. En plus, il est essentiel de leur fournir les outils nécessaires pour mener à bien leur tâche.
Avez-vous un responsable de la formation au sein de la Congrégation, ou une équipe dédiée à cette tâche ?
P. A. Ignasi : Non, par contre il y a des responsables au sein de chaque province.
P. A. Javier : En tant que tel, il n’y a pas de responsable et nous n’avons pas l’intention d’assumer ce rôle car la réalité de la formation est très diverse si l’on tient compte des nombreuses différences entre les monastères de notre Congrégation. Néanmoins, en ce qui concerne nos maisons d’études, nous avons un superviseur qui les visite régulièrement.
Favorisez-vous la rencontre entre les formateurs ?
P. A. Ignasi : Oui, dans le sein de chaque province.
P. A. Javier : Oui. En fait cette année, après la Covid, nous reprenons la rencontre des maîtres des novices de toute la Congrégation. Elle aura lieu à Nairobi. De plus, nous envoyons souvent nos formateurs à des programmes de formation tels que le programme « Monastic Formators » ou à des programmes organisés régionalement.
Comme vos congrégations sont internationales, est-il envisageable que des jeunes religieux du Nord aille se former dans le Sud ? et vice-versa ? Y-a-t-il des échanges entre les formateurs et peuvent-ils passer d’un monastère à l’autre pour leur enseignement ?
P. A. Ignasi : Jusqu’ici, ce qui a fonctionné c’est la direction du Sud vers le Nord pour les étudiants et du Nord vers le Sud pour les formateurs, mais beaucoup moins.
P. A. Javier : C’est quelque chose de relativement fréquent dans notre Congrégation. Nos maisons d’études sont internationales et nous avons un nombre important d’étudiants à Sant’Anselmo et dans d’autres endroits. Et en ce qui concerne les formateurs, quand c’était nécessaire, certaines communautés ont été aidées par l’envoi de formateurs venant d’autres monastères.
Organisez-vous des rencontres entre vos jeunes ? novices ? jeunes profès ? étudiants ?
P. A. Ignasi : Oui bien sûr, mais au niveau de chaque province.
P. A. Javier : Il y a plusieurs programmes qui sont organisés à des niveaux très différents : rencontres annuelles des novices selon les régions ; réunions des juniors tous les deux ans ; des programmes à propos de la mission, etc. L’expérience de ces rencontres est vraiment positive, car elle permet d’unir une Congrégation aussi variée que la nôtre.
Quelles sont les régions qui donnent le plus de vocations ?
P. A. Ignasi : Le Vietnam avant tout, ensuite les Philippines, l’Afrique et l’Amérique latine.
P. A. Javier : Fondamentalement l’Afrique. En Europe, le déclin est évident mais pas dramatique. Des régions comme l’Asie et l’Amérique ont une croissance discrète.
En ce qui concerne les études de philosophie et de théologie, avez-vous un centre propre à la Congrégation ? Travaillez-vous avec d’autres congrégations, même non bénédictines ? Sant’Anselmo ou d’autres lieux de formations internationaux ?
P. A. Ignasi : Nous n’avons pas un centre propre à part le Studium de Bouaké pour l’Afrique de l’Ouest francophone et le Studium de Montserrat pour la province hispanique. Ensuite, chaque monastère décide. Certains peuvent organiser les études chez eux parce qu’ils sont associés à Sant’Anselmo comme Montserrat. D’autres cherchent des lieux d’étude dans leur voisinage ou à Sant’Anselmo.

P. A. Javier : Nous avons deux maisons d’étude, l’une à Nairobi, au Kenya, et l’autre à Lusaka, en Zambie. Un grand nombre de nos étudiants sont à Morogoro, en Tanzanie. En outre, il y a plusieurs moines qui étudient dans d’autres endroits dont Sant’Anselmo. Actuellement, le nombre de moines étudiants est de 100 environ.
Avez-vous une politique commune concernant les abus, abus d’autorité ou autres durant la formation de vos jeunes ?
P. A. Ignasi : Non pas encore. Certains monastères sont plus avancés sur ces points et d’autres plus lents.
P. A. Javier : Malheureusement, nous n’avons pas encore travaillé sur quoi que ce soit dans ce domaine.
Qu’attendez-vous de l’AIM dans le domaine de la formation ?
P. A. Ignasi : Certainement une aide financière pour les moines et moniales qui peuvent et veulent étudier et qui n’ont pas de ressources économiques. Il y a aussi le soutien au Studium de Bouaké.
P. A. Javier : Peut-être l’AIM peut-elle contribuer au développement de thèmes, tel que celui mentionné dans la question précédente. Le plus important en terme de formation est de promouvoir et d’organiser des rencontres au niveau régional et d’accorder une attention particulière aux monastères disposant de peu de ressources, tant humaines qu’économiques, pour améliorer les niveaux de formation.
III. L’économie
Chaque monastère est autonome, mais votre Congrégation intervient-elle dans les situations économiques des monastères ? Exerce-t-elle une surveillance ? Une présentation des comptes annuels ?
P. A. Javier : Intervention est un mot très fort et il convient de l’interpréter de plusieurs manières. Au sein de la Congrégation, nous disposons de mécanismes de contrôle et de supervision de la situation financière et économique de tous les monastères. Une fois par an, ils sont tenus de soumettre un rapport d’audit externe et tous les quatre ans, dans le cadre de la visite canonique, une visite financière est effectuée. Tout cela est supervisé par le Conseil des auditeurs de la Congrégation.
P. A. Ignasi : Lors de la visite canonique, on doit vérifier les comptes et la situation économique des quatre dernières années. Les monastères s’aident entre eux au sein de chaque province et aussi au niveau de la Congrégation.
Avez-vous une caisse de solidarité ? Et comment fonctionne-t-elle ?
P. A. Javier : Pas exactement. Les crises économiques sont gérées individuellement et on cherche des solutions dans lesquelles la solidarité d’autres communautés peut être sollicitée. En ce sens, la Congrégation joue plutôt le rôle de médiation et de conseil.
P. A. Ignasi : Chez nous, il existe un Fonds de solidarité de la Congrégation. Le dernier Chapitre général a demandé de rédiger les statuts qui ont été approuvés lors de conseil des visiteurs de novembre 2024.
Votre Congrégation a-t-elle des ressources propres en dehors des cotisations des monastères ?
P. A. Javier : Non, la Congrégation en tant que telle fonctionne grâce aux contributions de chaque monastère.
P. A. Ignasi : Depuis ces dernières années, oui. Même si les ressources ne sont pas très importantes, elles aident beaucoup à la subsistance de la Congrégation.
Votre Congrégation organise-telle des rencontres d’économes ?
P. A. Javier : Nous travaillons actuellement sur une série d’ateliers visant principalement à la formation économique et financière des nouveaux économes et des supérieurs. Dans certaines régions de la Congrégation, il y a des réunions d’économes, mais jusqu’à présent pas au niveau de la Congrégation.
P. A. Ignasi : La Congrégation, non, mais certaines provinces le font.
Avez-vous des monastères qui sont gérés économiquement par des laïcs ?
P. A. Javier : Bien que ce ne soit pas encore quelque chose de normal, il est de plus en plus fréquent que des professionnels externes gèrent en partie l’administration. Certains monastères ont déjà des laïcs comme administrateurs.
P. A. Ignasi : Dans la gestion concrète des monastères, oui, mais il y a toujours un moine qui est responsable et à qui on fait référence.
Avez-vous des conseillers pour les placements financiers, des placements éthiques ou autres ?
P. A. Javier : Il s’agit d’un domaine dans lequel chaque monastère décide seul de la manière de gérer ses ressources. Au niveau de la Congrégation, nous offrons également ce service et pour cela nous avons des conseils externes qui gèrent les investissements.
P. A. Ignasi : Cela dépend de chaque monastère, mais souvent il y a des conseillers.
Lors de la suppression d’un monastère, comment intervient la Congrégation pour la gestion des personnes et des biens ?
P. A. Javier : Jusqu’à présent, nous n’avons eu que des cas de fermeture de monastères dépendants et non de monastères autonomes, et ce sont les monastères eux-mêmes qui ont supervisé le processus. À l’occasion, l’aide et les conseils de la Congrégation ont été utilisés.
P. A. Ignasi : Normalement, tout est prévu dans nos Constitutions. Certains points ont été modifiés lors du dernier Chapitre général et nous attendons l’approbation du Dicastère.
Que se passe-t-il si un monastère est en faillite ?
P. A. Javier : Bien que cette possibilité ne soit pas exclue, nous n’avons jamais eu de cas jusqu’à présent. Mais nous sommes conscients qu’il est essentiel de prévoir de telles situations et d’aborder le problème avec suffisamment de temps pour analyser les alternatives possibles, y compris, si nécessaire, la fermeture du monastère.
P. A. Ignasi : Dans un tel cas, les monastères de la province cherchent à l’aider. On demande aussi l’aide des monastères des autres provinces. La Congrégation n’a pas les ressources pour le faire.
IV. Vie de prière
Être responsable d’une Congrégation entraîne de lourdes responsabilités ainsi que de nombreux déplacements. Quelle place trouvez-vous pour le Christ dans votre vie ?
P. A. Ignasi : Sans lui au centre de ma vie de moine, le service qu’on m’a demandé serait impossible pour moi.
P. A. Javier : Certes, le rythme normal présupposé dans la vie monastique n’existe pas dans le cas d’un Abbé Président. Malgré cela, les nombreux moments de solitude qu’impliquent les voyages et les problèmes auxquels il faut faire face, me font voir plus intensément la nécessité d’intensifier ma confiance dans le Christ et d’essayer de le trouver au milieu d’une vie plus occupée que habitude.
Avez-vous une liste de prédicateurs propres à votre Congrégation ?
P. A. Ignasi : Non, nous n’avons pas de liste, mais les moines se connaissent au niveau des provinces et des régions linguistiques.
P. A. Javier : Non, nous n’avons pas de liste de prédicateurs.
Quel est le rythme des retraites spirituelles dans vos monastères ?
P. A. Ignasi : D’habitude chaque monastère organise entre quatre et sept jours de retraite chaque année pour la communauté et favorise des moments de retraite privée pour les moines.
P. A. Javier : La norme établit une retraite annuelle pour toutes nos communautés, mais ce sont elles qui décident de la forme de ces exercices spirituels. De plus, les communautés organisent selon leurs critères des journées spécifiques de retraite ou des réunions communautaires pour réfléchir et discuter de sujets qui leur tiennent à cœur.
Avez-vous des membres de la Congrégation qui publient des livres de spiritualité, écrivent dans des revues, sont spécialisés dans l’étude de la règle de saint Benoît ?
P. A. Ignasi : Oui, et certains monastères publient des revues d’étude et de divulgation sur ces arguments.
P. A. Javier : La Congrégation en tant que telle n’a pas de mission spécifique pour s’occuper des questions spirituelles. De nouveau, cela est laissé à la discrétion de chaque communauté.
Votre Congrégation a-t-elle des dévotions qui lui sont propre ?
P. A. Ignasi : Cela dépend de chaque monastère, mais il n’y a pas une dévotion propre à la Congrégation.
P. A. Javier : De toute évidence, la dévotion mariale est commune à toutes nos communautés qui l’expriment de différentes manières et à différents moments liturgiques. La dévotion au Sacré-Cœur est également présente dans beaucoup de nos monastères.
Avez-vous des candidats à la canonisation ou à la béatification ?
P. A. Ignasi : Je ne connais aucune cause de canonisation concernant les moines de notre Congrégation. Mais je pense qu’il y a des causes en cours à Singeverga et Montevergine.
P. A. Javier : Oui, nous avons la cause des martyrs coréens actuellement en cours. Au total, 36 martyrs dont 18 prêtres, 13 frères, 3 sœurs et une laïque qui sont morts entre 1949 et 1952.

Trovare comunione nel cambiamento
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Testimonianze
Fratelli Joseph Benedict Donleavy, Dom John George, osb
Trovare comunione nel cambiamento
Articolo non tradotto in italiano
Du 15 au 19 juillet 2024, une délégation de 54 moines et moniales des maisons de la Congrégation bénédictine anglaise s’est réunie à l’abbaye de Buckfast, en Angleterre, pour une conférence intitulée : « Est-ce le chemin qui mène à la vie ? Penser différemment le changement ». Des moines du Pérou et des États-Unis, ainsi que des moniales de Suède, d’Irlande et même d’Australie se sont réunis en Angleterre pour partager cette expérience. La conférence a été organisée par un comité qui avait été délégué lors du précédent Chapitre général pour fournir à la Congrégation un forum de formation continue. Les journées se sont déroulées en sessions plénières où tous les participants étaient présents, ou en petits groupes de deux, trois ou quatre personnes. Il y a également eu un jeu de rôle, pour lequel nous nous sommes retrouvés par groupes de dix.

Le père Michael Casey, ocso, de l’abbaye de Tarrawarra, en Australie, nous a rejoints pendant toute la semaine et nous a apporté sa contribution sous la forme de deux exposés (Vivre dans un monde en mutation, et L’ascèse du leadership monastique). Le frère John Mark Falkenhain, de l’abbaye de Saint Meinrad (États-Unis), s’est joint à nous pour une session en visio et a donné un exposé intitulé « Diriger avec autorité », qui portait sur l’autorité et l’obéissance. Avant la conférence, les participants ont été informés qu’ils ne devaient pas revenir avec des informations pour leurs communautés respectives, mais qu’ils devaient repartir transformés par l’expérience. Cela a mis en perspective les interventions du père Michael et du frère Mark : les conférences doivent être écoutées comme une source de formation personnelle, comme une partie d’un processus de changement personnel. Deux jeunes moines de la Congrégation font part ci-dessous de leur expérience de la Conférence.
Frère Joseph Benedict Donleavy, abbaye de Ampleforth

La congrégation bénédictine anglaise me semble être à la croisée des chemins. Après Cor Orans, trois nouvelles communautés sont entrées dans notre Congrégation : Mariavall – en Suède, Kylemore – en Irlande, et Jamberoo – en Australie. Minster, un monastère anglais de religieuses, a également demandé à nous rejoindre. Il était évident, lors de la conférence, que les nouvelles communautés ont apporté avec elles une vitalité et un enthousiasme réels. Malgré le titre de la Conférence, il est intéressant de noter qu’il n’y a pas eu beaucoup de discussions sur les projets d’avenir. L’accent a plutôt été mis sur les relations que nous entretenons les uns avec les autres. L’occasion de rencontrer et de mieux connaître d’autres membres de la Congrégation – en particulier ceux qui venaient de nous rejoindre – a été en soi vivifiante pour moi. En ce sens, j’ai découvert que le chemin vers la vie consistait à la recevoir des autres.
Notre animateur nous a demandé de nous entraîner à parler à partir de notre expérience, ce qui signifie pour moi décrire nos pensées et nos sentiments en fonction de ce qui se passe ou de ce qui nous est arrivé. Cela m’a donné l’occasion d’apprendre à exprimer ce que je pensais, non pas de manière émotionnelle, mais en décrivant l’émotion et la situation réelle qui en est à l’origine. J’ai également dû apprendre à exprimer mon expérience de manière différente selon les groupes – un entretien individuel est très différent d’une séance plénière. J’ai fait l’expérience de me retrouver dans des petits groupes avec lesquels je n’aurais jamais choisi de parler de moi. J’ai saisi l’occasion de partager quelque chose de mon expérience avec ces autres, en espérant qu’ils l’accueilleraient en toute bonne foi. J’ai été agréablement surpris de constater que c’était le cas, et qu’ils répondaient parfois de la même manière !
Cette semaine m’a également permis de prendre conscience de la nécessité d’écouter plus ouvertement les autres. J’ai souvent une idée préconçue de la raison pour laquelle quelqu’un dit ce qu’il dit, et le jeu de rôle auquel nous avons participé a clairement montré que ces idées préconçues sont souvent justes ! Cependant, j’ai réalisé que nous avons tous – moi y compris – besoin de nous sentir suffisamment en sécurité pour pouvoir nous exprimer honnêtement et ouvertement afin de prendre part aux discussions. J’ai vu le danger réel de préjuger ce que les gens disaient, de ne pas leur permettre d’être qui ils sont et de les priver de l’espace nécessaire pour que leur partage soit reçu dans le groupe. Un participant a déclaré : « Je réfléchis mieux avec les autres ». Je crois que non seulement je pense mieux avec les autres, mais aussi que je vis mieux avec les autres. Ce fut l’occasion pour moi de réfléchir à la manière dont je mets cela en pratique. C’était donc l’occasion d’une conversion personnelle.
Il n’est pas inutile d’évoquer brièvement le jeu de rôle. Chaque membre des groupes de dix s’est vu attribuer un personnage. Nous jouions le rôle d’une petite communauté de moniales à qui un bienfaiteur, connu seulement d’un membre du groupe, avait offert une importante somme d’argent. Chaque moniale avait ses propres idées sur l’utilisation de l’argent, et il y avait trois options de base : rénover le monastère actuel, faire une fondation ou déménager ailleurs la communauté entière. Quatre groupes ont participé à ce jeu de rôle. Aucun d’entre eux n’a été en mesure de parvenir à une conclusion satisfaisante sur ce qu’il convenait de faire. Le principal problème était la communication. Certains ne voulaient pas dévoiler leurs idées ou les informations dont ils disposaient, tandis que d’autres avaient du mal à proposer quoi que ce soit de constructif et se sentaient exclus de la conversation. D’autres encore étaient tout simplement déterminés à être maladroits ! En voyant un tel chaos (que nous pouvions tous observer dans une certaine mesure dans nos communautés d’origine), il est apparu clairement à quel point il est important de développer une communication efficace.
Vers la fin de la Conférence, certaines voix ont exprimé leur inquiétude quant à notre fragilité en tant que communautés, de nombreux changements ayant eu lieu dans nos monastères au cours des dernières années, y compris une diminution du nombre des membres. Un membre a évoqué la possibilité d’un nouveau document pour les communautés masculines (similaire à Cor Orans) venant de Rome dans un avenir proche, qui pourrait nécessiter des changements que nous ne sommes pas encore assez courageux pour les faire nous-mêmes. Une chose qui semble évidente dans nos conversations est que plus nous serons capables de communiquer les uns avec les autres sur notre expérience, nos craintes et nos espoirs, mieux nous serons en mesure de faire face aux défis à venir. À l’heure actuelle, il est impossible de dire ce que sera concrètement mon propre avenir, l’avenir de ma communauté ou l’avenir de notre Congrégation. Cependant, je crois fermement que plus nous améliorerons notre communication au sein des communautés et entre elles, meilleur sera cet avenir.
Dom John George, communauté de Saint-Grégoire-le-Grand (St Gregory the Great, Downside, Belmont)

Le fait que la Congrégation béné-dictine anglaise se trouve à un moment de transition n’est pas contesté : les statistiques parlent d’elles-mêmes. Nos communautés changent et avec le changement viennent les défis (et les opportunités). Il était donc très impressionnant de voir un échantillon représentatif de la Congrégation présent à la Conférence qui s’est tenue à l’abbaye de Buckfast, dans le Devon. Abbés, abbesses, séniors, juniors – et ceux qui se trouvent entre les deux –, Européens et non-Européens se sont tous retrouvés à parler, écouter et partager ensemble. Nos maisons se sont réunies en tant qu’ecclesiola pour tirer parti de leurs expériences respectives et mieux reconnaître le rôle que nous jouons au sein de l’Église universelle.
La Conférence a eu un caractère résolument « synodal ». Il n’y avait pas d’ordre du jour ou d’objectifs prioritaires. Au contraire, nous nous sommes réunis en tant que moines et moniales pour nous connaître un peu mieux et pour établir des liens entre nous. La Conférence a permis aux participants de parler librement et honnêtement sans avoir besoin de défendre obstinément leurs points de vue (cf. RB 3, 4). Après tout, c’était la Congrégation qui parlait et écoutait ensemble. En tant que l’un des moines les plus jeunes de la Conférence, ce fut un grand encouragement de voir l’écoute bénédictine en action d’une manière puissante. Lorsque nous avons parlé, que ce soit dans les grandes sessions plénières ou dans les petits groupes, j’ai été frappé par le respect manifesté par chaque personne qui parlait à partir de sa propre expérience de la vie monastique. Il en est ressorti une meilleure appréciation des problèmes et des défis auxquels sont confrontées toutes nos communautés et le désir d’assurer un avenir à la vocation bénédictine dans nos pays respectifs.
Il est facile pour de telles conférences de devenir un souvenir lointain, facilement oublié lorsque nous retournons aux exigences de la vie monastique, mais il a été remarqué que beaucoup, en particulier les jeunes participants, étaient vivement conscients de la nécessité de poursuivre les conversations et le partage. Alors que le monachisme est confronté à d’énormes changements culturels et religieux, il devient de plus en plus important de reconnaître qu’aucune maison n’a la solution. Cependant, lorsque nous nous réunissons en tant que moines et moniales, la valeur de notre vocation monastique nous est rappelée, ce qui nous incite à réfléchir aux moyens d’assurer son avenir pour une nouvelle génération.
Riflessioni sulla presenza/assenza dei monaci nella vita della Chiesa oggi
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Riflessioni
Manuel Nin i Güell, osb
Monaco di Montserrat (Spagna)
e Esarca apostolico delle Chiesa greco-cattolica di Grecia
«Chi o cosa manca?»
Riflessioni sulla presenza/assenza dei monaci nella vita della Chiesa oggi

Nei grandi momenti della storia delle Chiese cristiane di Oriente e di Occidente, ci sono state delle presenze – “grandi presenze” direi – che hanno segnato quel momento preciso dell’una o dell’altra Chiesa cristiana: la predicazione degli apostoli dopo la risurrezione di Cristo; il martirio e i martiri nei primi secoli cristiani; i grandi esegeti e teologi dal II al V secolo, e le formulazioni teologiche – trinitarie e cristologiche – dei primi e grandi concili ecumenici da Nicea a Calcedonia; lo slancio apostolico e missionario verso l’estremo Oriente – India, Cina, Mongolia – da parte delle Chiese siriache orientali dagli albori dei primi secoli; l’espandersi della vita monastica in Oriente e in Occidente con l’influsso e il peso dei monaci e dei grandi centri monastici nella formazione e nell’evolversi di tanti aspetti delle liturgie cristiane. E così via per tante epoche e momenti nella storia delle Chiese del primo e del secondo millennio fino ai nostri giorni, con, e riprendo il termine usato, delle “grandi presenze” che hanno avuto e hanno tuttora un influsso nella vita delle Chiese.
“Forti presenze”, certamente ma, mi chiedo, forse ci sono anche “grandi assenze”, almeno in alcune epoche della storia. E, nel momento attuale della vita della Chiesa, quella cattolica almeno, sia orientale sia occidentale, mi sono chiesto: «Cosa, oppure, chi è che manca?» nella riflessione ecclesiologica del momento presente, specialmente attorno a un tema che oggi può sembrare di essere – mi si permetta l’immagine – l’unica tavola di salvezza a cui aggrapparci, e cioè il tema della “sinodalità”. In un mio scritto precedente ho cercato di dare una spiegazione di quello che, secondo il mio parere, è non tanto la sinodalità, il cammino sinodale, la dimensione sinodale della Chiesa…, – con tutta la terminologia derivata dal sostantivo che ne è all’origine –, ma ho cercato di dare una spiegazione appunto del sostantivo originale: cos’è il Sinodo. Quindi, gli altri termini: sinodale, sinodalità…, ne derivano e aggettivano le realtà a cui vengono aggiunte; ma capire il sostantivo e il suo vero e proprio significato diventa fondamentale.
In queste righe vorrei fare un passo ulteriore in questo cammino di riflessione e cercare di capire e rispondere a questo quesito che mi sono posto: nel momento ecclesiale attuale, «chi o cosa manca?». E la risposta, a mio avviso, si trova nella presenza/assenza dei monaci, della stessa vita monastica, nel momento attuale della Chiesa.
Quindi al quesito: «Chi o cosa manca?», mi azzardo a rispondere, se non altro a me stesso, con un’altra questione: «Non è che ci mancano i monaci, e l’esperienza della stessa vita monastica?». E mi permetto di porre questa domanda da vescovo-monaco o da monaco-vescovo come mi si voglia vedere. Premetto che i monaci, dalla loro origine nei primi secoli della Chiesa fino ai nostri giorni, sono dei cristiani a cui non piace mettersi in mostra, a cui piace il silenzio, la pace e la lontananza dal mondo; essi non si mettono quasi mai in prima fila. I monaci, dall’inizio, “fuggono”, ma questo non vuol dire che la loro esperienza come uomini di Chiesa debba essere trascurata o messa da parte, anzi. Perché quell’andare a trovare i Padri del deserto con la domanda: «Padre, dimmi una parola…», è tuttora valido e attuale.
Importanza dei monaci e dei monasteri. Nei grandi momenti di riflessione teologica i monaci sono/siamo stati presenti. In modo speciale, e a modo di esempio, nella crisi iconoclasta dei secoli VIII e IX, sono stati i grandi monaci teologi che hanno segnato la “vittoria ortodossa” in quella che fu una delle più grandi crisi cristologiche del primo millennio, e quindi il rafforzarsi in ambito bizantino di una liturgia di stampo fortemente monastico.
«Chi o cosa manca?». Monaci assenti nell’oggi della Chiesa? Forse qualcuno si azzarderà a dire: «… Messi da parte?». Oppure semplicemente dimenticati? Magari l’umiltà dei monaci fa sì che non appaiano o non vogliano apparire, e anche questo potrebbe essere vero, non lo escludo. La risposta alla mia stessa domanda non vuol essere polemica, perché è vero che ci sono stati e ci sono dei monaci che spiccano con i loro contributi in diversi ambiti della teologia e della vita della Chiesa; monaci eminenti e sapienti che hanno partecipato, per esempio, al Concilio Vaticano II e hanno dato il loro contributo, soprattutto in ambito liturgico e nello specifico della riforma liturgica romana.

E qualcuno potrebbe chiedermi in che modo questo sia avvenuto. Faccio qualche piccolo esempio a partire della Liturgia delle Ore nella tradizione romana attuale: la riduzione del numero dei salmi nelle ore di preghiera. Le piccole Ore, da tre a una a seconda delle ragioni o motivazioni pastorali dei sacerdoti o delle diverse comunità parrocchiali. Poi, la stessa decisione – discussa e discutibile tuttora – di “potare” e addirittura “sopprimere” i versetti imprecatori nei salmi, o perfino l’esclusione di salmi interi dalla recita e dalla preghiera.
Ma questo “sacrificio” del Salterio in se stesso e del ruolo dei salmi nella preghiera, in fondo è il risultato, ancora una volta, della rinuncia a fare quello che dovrebbe essere fondamentale nella vita di qualsiasi Chiesa e comunità cristiana: la mistagogia. Di fronte alle difficoltà che troviamo nei testi scritturistici e liturgici, e nella loro stessa comprensione – delle difficoltà che esistono e che nessuno nasconde –, di fronte a queste difficoltà bisogna fare una catechesi, anzi una vera e propria mistagogia per i nostri fedeli, una mistagogia che porti loro per mano alla comprensione, e quindi all’accoglienza nella propria vita, di un cammino concreto di preghiera in cui il Salterio, nello specifico della preghiera cristiana, ha un luogo fondamentale. Questa catechesi, questa mistagogia sono vitali per la sopravvivenza della liturgia delle Chiese cristiane; e si potrebbe usare con tutta la sua forza la frase, benché troppo sciupata nell’uso che ne è stato fatto: «La Chiesa sarà mistagogica o non sarà». Perché, se nei primi secoli delle Chiese cristiane i testi liturgici – scritturistici o eucologici –, e gli stessi sacramenti nella loro celebrazione, fossero stati sempre facili e comprensibili a tutti i fedeli, non ci sarebbero state e oggi non avremo le grandi Catechesi mistagogiche di Cirillo di Gerusalemme, di Teodoro di Mopsuestia, per fare soltanto due grandi nomi.
Mi chiedo se questa mistagogia non manchi anche nel momento attuale della vita della Chiesa, e specialmente al tema del “Sinodo dei vescovi”, e alla terminologia con cui, forse con un sovrabbondante uso, siamo sommersi: “sinodalità, Chiesa sinodale”. Dal primo momento della celebrazione del Sinodo dei vescovi si è sentita, soprattutto tra quelli che veniamo da Chiese orientali cattoliche, la mancanza di una precisazione terminologica e contenutistica della terminologia usata.
«Chi o cosa manca?». Tornando al punto di partenza di queste mie riflessioni, nel momento attuale, in cui si vuole avviare un cammino che si richiama a una esperienza del sinodo nella vita della Chiesa, ho l’impressione che ancora una volta i monaci, o se si vuole il parere e l’esperienza dei monaci in questo campo, esperienza che sicuramente sarebbe preziosa, manchi. Forse i monaci, uomini di silenzio, di nascondimento, sono rimasti nel loro deserto, nella loro solitudine? Anche questo può essere, ma dal deserto essi hanno avuto sempre e dovrebbero avere tuttora una parola da dire e da dare.
Diciamolo pure, in Occidente il monachesimo oggi, nei nostri giorni, forse non va di moda. Oggi, ordini religiosi e movimenti con forti spinte missionarie, apostoliche, gerarchicamente organizzati e centralizzati, hanno un posto direi “in prima linea di combattimento” nella vita della Chiesa. E qualcuno addirittura forse si chiede: «I monaci, che cosa fanno?». La risposta è facile ed è quella che la storia ha dato e continua a dare: essi sono uomini di silenzio, di preghiera, di solitudine e di comunione, uomini oso dire “notturni”, che nel buio della notte o all’alba si alzano e, cosa fanno? Semplicemente e niente di meno prendono in mano il Salterio, il Davide come lo chiama anche la tradizione siriaca, questo libro di antiche preghiere giudaiche nella loro origine, fatte cristiane da Cristo stesso quando le pregò con le mani stese sulla croce, preghiere fatte cristiane tuttora oggi anche dagli stessi monaci, che vedono e trovano in esse la voce di Cristo, la voce della Chiesa, il grido dell’umanità stessa, e ne fanno diventare la propria preghiera. Preghiere prese in mano da questi uomini della notte che da secoli le risvegliano e le pregano ogni notte, ogni mattina, ogni sera e lungo la giornata. E questi uomini del buio notturno, dell’attesa dell’alba, del silenzio, della fraternità, amano fare, amano vivere veramente in modo sinodale, sapendo, perché lo hanno imparato dal primo giorno che hanno bussato alla porta del monastero, con Chi camminano, perché camminano, verso dove camminano, assieme a chi camminano.
I monasteri, i monaci, in Oriente e in Occidente, sono per tutta la Chiesa, per tutti i cristiani, un vero e proprio esempio di vita in sinodo – preferisco usare il sostantivo agli aggettivi –, e non soltanto perché l’abate, il padre e pastore della comunità raduna i monaci, tutti i fratelli di quella famiglia che è il monastero, li ascolta, li coinvolge in una vera e propria collegialità nella vita quotidiana del monastero – l’abate convoca, ascolta tutti… –, ma soprattutto perché essi sanno appunto con, per Chi e verso dove camminano. Il monastero non è una democrazia parlamentare in cui tutti decidono su tutti e su tutto, ma è luogo di ascolto, sotto la guida e la parola dell’abate, ed è come la Chiesa stessa il vero e unico Corpo di Cristo. Monastero/corpo dove ogni membro ha un suo ruolo, guidati dall’abate, da colui che ne è il padre, il capo, il pastore, la guida, e quindi il vicario di Colui che ne è il vero Capo, Pastore, Guida, cioè Cristo Signore.
«Chi o cosa manca?». Nel mio articolo precedente ho cercato di chiarire il significato del sostantivo “sinodo”, e di mettere in evidenza che non si tratta di un “tutti camminando insieme…”, bensì di un “camminando tutti con Cristo…”. E di questo vero e proprio “cammino sinodale” i monaci sono – almeno in questo sicuramente! – degli esperti. I monasteri, e il percorso stesso delle Chiese cristiane, come accennavo, non sono e non si reggono attraverso una sorta di “democrazia parlamentare decisionale”. Nei monasteri è l’abate, il pastore, con tutti i monaci, a riflettere e decidere. Il monastero, la vita dei monaci è tuttora un vero e proprio esempio di quello che è, che dovrebbe essere il sinodo, il cammino con Cristo, sotto la guida del pastore della comunità, nell’ascolto della Parola di Dio, nella vita sacramentale, nella celebrazione della fede e nella comunione fraterna.
«Chi o cosa manca?». Forse l’esperienza di quel vero e proprio sinodo che è la vita di ogni monastero cristiano potrebbe aiutarci nel momento attuale a trovare una risposta. La parola dei monaci, dai Padri del deserto nei loro apoftegmi fino ad oggi, è stata sempre una parola chiara, sempre tagliente come una spada a doppio taglio, e allo stesso tempo sempre una parola umile di comunione e di Vangelo. Ascoltare, coinvolgere i monaci non è toglierli dal loro silenzio, dalla loro “notturnità”, bensì ascoltarne la parola che sgorga dal loro silenzio e dalla loro preghiera, che sgorga da quel Davide che ogni mattina fa loro ripetere insistentemente: «Ascolta Signore la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica…».
Il Concilio di Nicea
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Una pagina di storia
Jérôme de Leusse, Dottore in Storia
Presidente della Fondazione Benedictus sotto l'egida della Caritas Francia
Il Concilio di Nicea
Articolo non tradotto in italiano
L’Église en cette année jubilaire, célèbre le 1700e anniversaire du concile de Nicée qui a eu lieu au printemps et au début de l’été 325.
Cette célébration revêt une signification importante pour le monde Chrétien. Le Symbole de Nicée est un lien d’unité d’une foi commune entre les grandes Églises chrétiennes, partagée entre le monde de la Réforme, l’orthodoxie (à la nuance importante du Filioque ajouté par Charlemagne) et le catholicisme. Nicée a aussi réformé la vie et l’organisation de l’Église. Au-delà du concile proprement dit, le contexte historique a exercé une influence durable dans la vie de l’Église.
La crise du IIIe siècle
En 325, l’Empire romain domine le bassin méditerranéen et une grande partie de l’Europe. Cet Empire romain n’est plus celui des origines. Entre 235, fin de la dynastie des Sévère et 284, avènement de Dioclétien, l’Empire est jalonné de coups d’état, de pronunciamientos militaires, d’usurpations et d’assassinats d’empereurs ainsi que de guerres civiles. Il semble vaciller sur sa bases.
Cette crise du pouvoir se double de la pression des barbares aux frontières et d’une succession de défaites militaires. Pressions des Goths sur le Rhin et sur le Danube, attaques des Perses en Orient. Les provinces partout dans l’Empire sont ravagées par l’invasion. L’armée romaine est incapable de contenir l’envahisseur.
Il s’ensuit une grave crise économique. Les marchandises ne circulent plus correctement, les prix montent, les populations s’appauvrissent.
Il y eut aussi une crise religieuse et morale. Au sein de l’Empire les chrétiens sont vus comme des fauteurs de troubles. Le christianisme inquiète le pouvoir. S’ils refusent d’adorer l’image de l’empereur, ils deviennent des ennemis de l’intérieur. En 250 l’empereur Dèce lance une persécution générale contre les chrétiens. La persécution va avec la volonté de redresser l’Empire.
Le redressement de l’Empire par la dictature et la politique religieuse
Cette volonté de redresser l’empire s’est réalisée avec la prise de pouvoir d’un général originaire d’Illyrie (actuelle Croatie). Dioclétien devient Empereur Auguste en 284 et rapidement il crée un système avec deux puis quatre empereurs : la Tétrarchie. Ils fonctionnent par paires, une en Occident (un auguste, un césar) et une autre en Orient. Dioclétien et Maximien sont Auguste et Constance Chlore (père de Constantin) et Galère sont César.
Rapidement la sécurité aux frontières est rétablie. Ils réforment l’armée, rétablissent la paix civile à l’intérieur. Ils sont présents de façon séparée sur les points chauds. Ils ont des secteurs géographiques de gouvernement différents. Ils rétablissent la prospérité en luttant contre l’inflation par un édit de blocage des prix et des salaires en 301.
Le redressement de l’Empire romain se fait au prix d’une sévère dictature obligeant chacun à rester dans sa classe sociale, alourdissant fortement la fiscalité et punissant très sévèrement les contrevenants aux édits impériaux. La mort ou la déportation dans les mines, qui est un véritable système concentrationnaire.
Dès 287, les empereurs prennent chacun un titre. Dioclétien celui de Jovien (descendant de Jupiter) et Maximien d’Herculien (descendant d’Hercule). Le but, comme sous Dèce, est de renforcer l’unité impériale par la religion. Les empereurs reçoivent adoration par le rite de la Proskynèse : prosternation devant eux et embrassement du manteau de pourpre. Leurs images reçoivent l’encens, les salles du palais où ils gouvernent deviennent sanctuaires. L’avènement d’un empereur est un natalis imperri, une naissance dans l’ordre divin, un ortus, un lever du jour.
Très vite les chrétiens apparaissent comme un obstacle à cette unité. Ils ne sacrifient pas aux images des empereurs. Depuis Dèce l’Église a vécu en paix, sans aucune persécution. Ses adeptes sont très nombreux dans l’Empire. Il y a même une Église en face du palais impérial de Nicomédie en Orient. De hauts fonctionnaires de l’Empire sont devenus chrétiens. En 303 et 304 commence la persécution. Destruction des Églises, confiscations des livres saints, des vases et des objets du culte souvent précieux, puis obligation de sacrifier aux images des empereurs sous peine de mort, de tortures atroces ou de déportations aux mines. Il y a eu de nombreux martyrs. La persécution dure en Orient, jusqu’en 311, et même 313 dans certains endroits. En Occident elle est plus faible et beaucoup plus courte (305). Elle a repris ensuite ponctuellement en Orient à la fin du règne de Licinius en 324.
La révolution constantinienne
En 305, Dioclétien abdique et oblige Maximien à en faire autant. Les deux César Constance Chlore et Galère deviennent Auguste, le premier en Occident le second en Orient. Les César sont volontairement choisis hors des familles des deux Auguste, Sévère et Maximin Daïa. Il s’en suit une révolte des fils de Constance et de Maximien. À la mort de Constance en 306, Constantin dans le nord de la Bretagne (Royaume-Uni) est proclamé empereur par les légions. Maxence, fils de Maximien se fait aussi proclamer empereur, Maximien revient au pouvoir pour soutenir son fils. S’ensuit une guerre civile jusqu’en 313.
Constance Chlore puis Constantin, en Occident, ne persécutent pratiquement pas (quelques destructions d’églises en 303-305). Galère et Maximin Daïa, en Orient, sont des persécuteurs fanatiques. Maxence, Sévère sont aussi des persécuteurs.
Constantin un empereur aux grandes interrogations religieuses de Sol invictus au christianisme
Constantin a une soif religieuse incontestable et avant sa conversion au christianisme, il apparaît comme un empereur païen mais en rupture avec les symboles religieux de la tétrarchie dont il avait été écarté. Les émissions monétaires de Constantin mettent en avant le dieu Mars, le soleil pacificateur. Constantin aurait même bénéficié d’une épiphanie (manifestation) du dieu Apollon (comme l’empereur Auguste). Il y a donc chez Constantin un mélange de propagande religieuse, de recherche personnelle et d’opportunisme politique. Sa mère l’impératrice Hélène était probablement déjà chrétienne. Ce qui explique la faible persécution mise en place par son père Constance Chlore. Sa conversion progressive à la religion chrétienne doit se comprendre dans ce mélange de la recherche intime et du rôle joué par la politique. Cette conversion se fait par étapes, 312 et 313, puis 324-25, et enfin jusqu’à son baptême peu de temps avant sa mort en 337. Constantin termine les dernières années de son règne comme un dévot dans le repentir des meurtres qu’il a commis.
La victoire de Constantin au Pont Milvius (312) et le Rescrit de Milan (313)
En 312 le premier pas officiel de conversion est franchi par Constantin. Constantin a bénéficié d’une nouvelle épiphanie divine à la veille d’une bataille. Bataille victorieuse du Pont Milvius où il a éliminé son concurrent Maxence et pris Rome. C’est le Dieu des chrétiens qui se manifeste. Un signe lui apparaît (pour certain en songe, pour d’autres panégyristes un signe visible dans le ciel). Ce signe c’est le Chrisme (deux lettres de l’alphabet grec signifiant Christ) qui symbolise le Christ. Il entend la phrase : « Par ce signe tu vaincras ». Il fait mettre ce signe sur les boucliers des soldats et sur le Labarum le drapeau impérial. Il remporte le lendemain la bataille. L’arc de triomphe de Constantin à Rome exprime le soutien divin sans faire explicitement référence au Dieu des chrétiens. Mais dès 313 le premier panégyrique à Milan évoque cet épisode. En 315 les premières monnaies sont frappées avec le Chrisme. En 313 Constantin et Licinius, son collègue, publient un édit de tolérance à l’égard des chrétiens. Licinius règne en Orient et Constantin en Occident. C’est la fin des persécutions, et les restitutions des biens sont mises en œuvre. L’édit fut appliqué dans tout l’Empire. Mais à partir de 317 et jusqu’en 324, les politiques religieuses des deux empereurs divergent, jusqu’à la victoire finale de Constantin sur Licinius.
La politique religieuse de Constantin : Le christianisme passe d’une religion persécutée à une religion légale
Progressivement les thèmes païens (solaires) disparaissent des frappes monétaires de Constantin entre 320 et 324. Constantin commence à établir une législation favorable au christianisme. Il prend des mesures contraignantes contre certains aspects du paganisme (en particulier la magie et certains cultes et sacrifices privés). Pourtant Constantin porte encore le titre de Pontifex Maximus, la plus haute dignité de la religion romaine portée par les empereurs depuis Auguste.
Après sa victoire sur Licinius en 324, il fait fermer certains temples, il essaye, mais en vain, d’interdire les jeux du cirque, les combats de gladiateurs et les prisonniers livrés aux bêtes. Mais il maintient les cultes païens officiels et la religion païenne officielle.
Vis-à-vis du christianisme la politique impériale évolue considérablement à partir de sa prise de pouvoir de 312. Dès 313-315 l’Église a un statut officiel. L’Église peut devenir, en tant que « corpus christianorum », propriétaire de biens, elle peut hériter. L’Église reçoit des immunités fiscales (privilèges que les temples païens n’avaient jamais eus). Les chrétiens peuvent affranchir les esclaves dans les églises à partir de 316-321. Les actes d’affranchissements publiés par l’Église avaient valeur officielle. Les évêques reçoivent un pouvoir de juridiction sur le droit civil entre chrétiens. Il se crée donc des tribunaux ecclésiastiques. En mars 321 Constantin rend le dies Solis (dies dominicus pour les chrétiens) férié. La célébration du dimanche transforme le rythme de vie des gens dans tout l’Empire. Dès 312 l’empereur fait exempter le clergé chrétien des charges publiques et du service de l’Etat et des municipalités ainsi que de l’impôt. Le clergé a un statut officiel. L’Empereur favorise les conversions au christianisme en particulier pour les juifs. L’empereur appuie les tribunaux ecclésiastiques qui condamnent les hérétiques.
Premières interventions de l’Empereur dans la vie de l’Église : crise donatiste en Afrique et concile d’Arles
Dès 313 Constantin intervient dans la vie de l’Église pour essayer de résoudre des conflits. En Afrique, d’abord, où son édit de restitution des biens saisis pendant la persécution bute sur le fait de savoir à qui les restituer. L’Église d’Afrique s’est divisée entre les partisans d’une grande rigueur pour le pardon des traitres (les traditores) qui sont dirigés par l’évêque de Numidie, Donat, et le reste de l’Église plus tolérante. Constantin veut mettre fin au schisme donatiste. Il charge l’évêque de Rome de régler ce schisme. Le pape s’entoure d’évêques italiens et gaulois. Donat est condamné. Les donatistes contestent et Constantin confie l’affaire à un tribunal épiscopal réunissant les évêques d’Occident. La réunion eu lieu à Arles dans un palais impérial avec 9 évêques italiens, 12 de Gaule et de Germanie, 3 de Bretagne (Royaume-Uni), 6 d’Hispanie, plus les évêques africains des deux partis. Le concile d’Arles condamna de nouveau les donatistes L’appel de la sentence à l’Empereur par les donatistes provoqua son intervention directe. Après beaucoup de tergiversations et avoir lui-même rencontré les partis, Constantin condamna les donatistes et rendit aux catholiques les biens de l’Église d’Afrique. En 317 la persécution impériale s’abat sur les donatistes et le sang de ceux-ci coule. La crise donatiste a durée pratiquement jusqu’à la fin du IVe siècle.
Le conseiller ecclésiastique Osius, évêque de Cordoue
Constantin a un conseiller ecclésiastique : Ossius, évêque de Cordoue. Ossius est né en 256 à Cordoue dont il est l’évêque depuis 295. Il est mort en exil en 357 à Sirmium en raison de son opposition à la politique pro-arienne du fils de Constantin. Ossius a joué un grand rôle dans la politique prochrétienne de Constantin, dans la lutte contre le donatisme en Afrique, puis dans la lutte contre l’arianisme, d’abord au concile de Nicée puis tout au long de sa vie. Constantin a eu ensuite d’autres conseillers ecclésiastiques comme Eusèbe de Nicomédie, et sa politique religieuse s’en est ressentie.
Le début de la crise arienne en Égypte : la difficulté de concevoir la Sainte Trinité, Dieu unique
La théologie, jusqu’à cette crise, se base sur les mots même des Écritures, qui parfois semblent contradictoires. Dès le début de l’Église, les théologiens butent sur une contradiction apparente : la transcendance du Dieu unique pousse les judéo-chrétiens, pour ne pas être accusés par les juifs d’adorer deux dieux, à minimiser la divinité du Christ voire pour certains à affirmer qu’Il n’est qu’une créature.
Les chrétiens qui minimisent la divinité du Christ existent sous diverses formes depuis le IIe siècle. Ce sont les subordinatianistes. L’Église dans son ensemble reste fidèle à la foi des Apôtres et affirme que le Christ est une personne divine. Mais les mots manquent, la foi s’exprime mal et il est difficile de contester ceux qui nient la divinité du Christ. À la même époque, fin du IIe siècle un théologien, Sabellius, pour combattre cette théologie, en crée une autre que l’on nomme modaliste. Dieu prend différents « visages », prosopon en grec. Il est Père pour la création, Fils pour la rédemption, Esprit pour la sanctification. C’est une autre hérésie puisque Dieu n’est pas vraiment un en trois personnes distinctes et cette position simplificatrice, in fine, nie l’incarnation véritable du Fils. Le pape Calliste et Tertullien condamnèrent cette pensée modaliste.
Au IIIe siècle : débat entre l’Orient et l’Occident pour préciser la place du Christ
Ce débat est surtout présent en Occident et se fait donc en latin (Tertullien). Origène, qui dirige l’école théologique d’Alexandrie au milieu du IIIe siècle, explique que le Père engendre éternellement le Fils. Il distingue trois hypostases voire trois ousiai dans le Dieu unique. Mais la théologie d’Origène laisse place à une interprétation subordinatianiste reprise par l’évêque Denis d’Alexandrie entre 250 et 264. Le pape Denis, à Rome, conteste la pensée de l’évêque d’Alexandrie et utilise le terme grec homoousios, unique substance des personnes divines qui sont Un. Ce terme grec n’est pas dans les Écritures et pose un énorme problème à beaucoup de théologiens et d’évêques. Peut-on définir la Trinité avec des mots qui ne sont pas issus des Saintes Écritures ? Le débat entre les deux Denis pose plusieurs mots – hypostasis, ousia, homoousios qui seront des mots centraux dans la querelle arienne. L’utilisation de la philosophie grecque et de son vocabulaire, pour essayer de définir le dogme, est une révolution.
Denis d’Alexandrie, finalement, rejoint l’interprétation de Denis de Rome, mais ses interprétations successives ont fait du mal et créé un précédent. Cette querelle sur les rapports du Père et du Fils s’est doublée, à Antioche, d’interrogations sur la nature réelle du Logos incarné. Jésus est-il pleinement Dieu, mais incarné, est-il pleinement homme ? Lucien d’Antioche, un théologien, enseigne que le Logos n’avait assumé qu’un corps humain mais pas une âme. L’évêque d’Antioche Eustathe combat cette théologie de Lucien en affirmant que le Logos assume d’être un homme complet. C’est au sein de l’Église d’Alexandrie que le prêtre Arius remet au goût du jour, vers 320, la pensée subordinatianiste.
La personnalité d’Arius
Né vers 256 en Cyrénaïque et mort en 336 à Constantinople, Arius a été formé à la théologie par Lucien d’Antioche qui était subordinatianiste. Arius a été présent à Alexandrie pendant la persécution entre 303 et 313. Il a été ordonné diacre par l’évêque Pierre d’Alexandrie (qui a été martyrisé en 311), puis prêtre par son successeur Achilas. C’est un homme austère, un ascète, un grand prédicateur, un directeur de conscience et il est respecté et suivi par les chrétiens d’Alexandrie. Il sait transmettre sa pensée avec des mots que retient le peuple chrétien.
La théologie d’Arius
Il écrit à son évêque Alexandre : « Nous confessons, un Dieu unique, un seul engendré, un seul éternel, un seul sans principe, un seul vrai, un seul possédant l’immortalité, un seul sage, un seul bon, un seul puissant. » Il qualifie Dieu de « Monade » c’est-à-dire « d’Unité absolue parfaite » terme tiré de Platon. Arius s’appuie beaucoup sur le vocabulaire philosophique et définit le Christ de façon négative par rapport au Père. Pour lui le Fils est une créature exceptionnelle mais une créature. Il insiste sur l’humanité du Christ pour souligner l’infériorité du Fils par rapport au Père. Pour lui, l’Esprit est aussi une créature. Arius utilise les Écritures avec une interprétation erronée. C’est probablement vers 318-320 qu’Arius commence à développer publiquement ses thèses. Il est soutenu par sept prêtres et douze diacres d’Alexandrie et aussi par deux évêques, Secundus de Ptolémaïs et Théonas de Marmarique (en Cyrénaïque l’un et l’autre).
La crise se répand en Orient
Son livre La Thalie touche les masses, et les dockers et artisans d’Alexandrie en font des chansons. L’évêque Alexandre d’Alexandrie réagit et s’oppose à Arius. Il utilise les Écritures et également la pensée d’Origène. Il demande à Arius de rétracter sa thèse. Arius refuse et cherche le soutient de l’évêque Eusèbe de Nicomédie, prélat puissant, parent du préfet du prétoire et ami de Constantia, la sœur de l’empereur. Un concile à Alexandrie excommunie Arius et ses partisans. Les évêques palestiniens autour d’Eusèbe de Césarée mais aussi de Bithynie (Nicée et Chalcédoine) ainsi qu’Eusèbe de Nicomédie, soutiennent Arius. La crise s’étend en Orient. L’appel d’Arius aux évêques contre son évêque était contraire aux traditions et un concile égyptien de 100 évêques avait condamné Arius. Les évêques d’Antioche, de Jérusalem et de Tripoli soutiennent l’évêque d’Alexandrie contre Arius. Un sophiste, Asterios, écrit un ouvrage de dialectique pour défendre les thèses d’Arius. Dans deux conciles locaux opposés les deux partis s’excommunient mutuellement (à Césarée et à Antioche). En cinq ans, c’est l’ensemble des chrétiens de la partie orientale de la méditerranée qui se trouve divisés en deux courants totalement opposés.
Le concile de Nicée : Un concile œcuménique et impérial du printemps à l’été 325
Constantin, qui vient de rétablir à son profit l’unité impériale après sa victoire en 324 sur l’empereur Auguste Licinius en Orient, veut l’unité religieuse dans son empire. Il est le seul empereur Auguste avec ses deux fils Crispus et Constantin II qui portent le titre de César. Sur ses monnaies, à partir de 324, disparaissent les derniers symboles païens.
Après avoir essayé de résoudre la crise donatiste en Afrique, il veut résoudre la crise arienne en Orient. L’unité de l’Église a une valeur exemplaire. Elle doit servir de modèle à la paix civile. Il veut l’unité des prières pour le salut de l’Empire. C’est très certainement son conseiller ecclésiastique, Ossius de Cordoue, qui lui suggère de convoquer un concile général. Auparavant, Constantin a tenté une médiation entre Alexandre d’Alexandrie et Arius. Ossius a porté la lettre de l’Empereur. La tentative de Constantin a échoué.
Le concile est convoqué par Constantin. Les participants bénéficient de la poste impériale pour s’y rendre. L’organisation matérielle est sous la responsabilité de l’administration impériale. La ville de Nicée est choisie après plusieurs hésitations sur le lieu. Nicée est facile d’accès par la mer et proche (50 km) de Nicomédie où se trouve la résidence de l’empereur. La lettre de convocation fut envoyée par Constantin à toute la chrétienté au début de l’année 325.
L’Empereur est présent à l’ouverture du concile le 20 mai 325. Il siège sur un trône d’or et dans la salle du concile de part et d’autre siègent les évêques présents. L’empereur est catéchumène et il attend que les évêques aient pris places pour s’assoir lui-même. C’est un signe de respect. Le discours d’ouverture est probablement lu par Eusèbe de Césarée ou peut-être Eusthate d’Antioche (deux des évêques les plus importants de l’Orient). Puis l’empereur a pris la parole pour souhaiter la bienvenue aux participants, enfin Ossius, de Cordoue, a certainement également parlé.
Il y a eu entre 250 et 318 participants, principalement des Pères conciliaires orientaux. C’est considérable. Le pape Sylvestre trop âgé n’est pas présent mais représenté par deux prêtres : Bitus et Vincentius. Cecillianus de Carthage, un évêque de Die et un évêque de Calabre sont les seuls occidentaux présents en plus d’Ossius. Il y a aussi 10 évêques d’Illirye et quelques évêques qui viennent du dehors de l’Empire (un perse, un évêque du Caucase, et plusieurs du Pont et de Gothie). L’empereur n’assiste pas à tous les débats et ne participe pas aux travaux des Pères conciliaires. Il est souvent représenté par un haut fonctionnaire du palais, Philoumenos, qui surveille les débats et compte les votes. L’administration palatine intervient en coulisse auprès des différents partis ecclésiastiques qui la sollicite. La langue grecque est la langue des débats. Les occidentaux, gênés par la barrière de la langue, participent peu, comme Constantin d’ailleurs.
Débats et décisions
En dehors de la question arienne, le concile devait débattre et résoudre plusieurs schismes à l’intérieur des Églises d’Orient. Les mélitiens en Égypte (qui contestaient la primauté du siège d’Alexandrie sur l’Église en Égypte), les quartodécimans (qui utilisaient encore le comput juif, 14e jour du mois de Nizan pour fêter Pâques) et les novatiens (qui refusaient la réintégration et le pardon aux lapsi, ceux qui avaient trahis l’Église et la foi pendant les persécutions). Enfin il y avait la question de discipline ecclésiastique de l’intervention des évêques syriens ou de la province d’Asie dans les affaires de l’Église d’Egypte.
Les débats permettent de dégager une très forte majorité anti-arienne. Tous les courants théologiques sont représentés au concile. Les subordinatianistes autour de l’évêque Eusèbe de Nicomédie, (et d’Arius) sont une minorité active et agitée. Proche d’eux, mais étant plus modérés dans leur position, il y a Eusèbe de Césarée et une vingtaine d’évêques palestiniens. Ossius de Cordoue et Alexandre d’Alexandrie appuyé par Macarius de Jérusalem sont suivis par la majorité du concile, d’autant qu’Eusthate d’Antioche les rejoint. Enfin il y a dans une position antisubordinatianiste extrême l’évêque Marcel d’Ancyre.
Le concile commença ses débats par l’instruction de l’affaire d’Arius. Une lettre d’Eusèbe de Nicomédie, fervent arien, est lue devant le concile. Il écrit qu’en prétendant que le Fils est engendré et non créé on arriverait à soutenir qu’Il est consubstantiel au Père et que l’Ousia du Père serait alors divisée en deux parts. Ce sont donc les subordinatianistes qui, pour la contester, emploient les premiers le terme d’ousia et celui de consubstantiel. La lecture du poème La Thalie, d’Arius, acheva de convaincre le concile de l’hérésie de ses thèses. Les Pères se bouchèrent les oreilles et refusèrent d’entendre plus longtemps ce texte blasphématoire.
Rédaction du symbole de Nicée
La rédaction de ce que nous appelons le Symbole (signe de reconnaissance) de Nicée fut voulue par une majorité du concile après la condamnation d’Arius et de ses thèses. Le concile voulait un texte clair pour empêcher toutes mauvaises interprétations de la Trinité. Les ariens, sous prétexte de tradition, n’en voulaient pas. Le texte devait s’appuyer sur une solide tradition scripturaire. Chaque camp opposait au sein des Écritures textes contre textes. Il fallait trouver une formule qui affirmait sans ambigüités la consubstantialité du Fils et du Père. Le mot grec Homoousios, qui n’était pas dans les Écritures et qui était employé en philosophie par les gnostiques, gênait beaucoup les Pères qui rechignaient à l’utiliser. Mais ce mot grec avait l’avantage d’être très proche du mot utilisé par les occidentaux : substantia, depuis que Tertulien, au début du IIIe siècle, avait parlé « d’unité de substance ». Finalement ce fut le mot choisi pour définir le rapport du Fils et du Père : consubstantiel.
Le petit groupe de théologiens, qui a probablement rédigé ce Credo afin qu’il puisse être adopté par les Pères conciliaires en séance plénière, se sont inspirés sans doute d’un credo utilisé dans l’Église de Césarée. Ils ont surtout utilisé des mots forts pour expliciter le Père, créateur de toutes choses visibles et invisibles et surtout le Fils « seul Seigneur, de l’ousia du Père (homoousios), Dieu de Dieu, Lumière de Lumière, vrai Dieu de vrai Dieu ». Ils insistent sur le fait que le Fils est pleinement Dieu et qu’il n’y a aucune hiérarchie entre les personnes de la Trinité. Le Verbe est engendré et non pas fait. Le concile confesse sa foi dans l’Esprit Saint par une courte phrase et c’est à la fin du IVe siècle qu’à Constantinople le symbole sera complété.
Le symbole fut adopté à une large majorité avec l’opposition de 22 évêques (quelques Égyptiens, Syriens et des évêques d’Asie Mineure). Constantin réagit violemment et réduisit considérablement le nombre d’opposants. Seuls Arius ainsi que Secundus de Ptolemaïs et Théonas de Marmarique refusèrent de reconnaître le nouveau symbole. Ils furent immédiatement envoyés en exil comme rebelles à l’Empereur. Plus tard, à la fin de 325, les évèques Eusèbe de Nicomédie et Théognis de Nicée furent eux aussi envoyés en exil en Gaule pour avoir abrités des prêtres ariens. Eusèbe de Césarée qui était soupçonné, non seulement de complicité avec Arius mais aussi de sympathie envers feu l’empereur Licinius, était aussi très menacé. Ainsi Constantin voulait faire comprendre aux rebelles qu’il ne fallait pas s’opposer à l’Empereur.
Les autres mesures du concile
Les Pères ont essayé de trouver une discipline ecclésiale nouvelle correspondant à la situation nouvelle de l’Église liée à la victoire de Constantin. Codification rigoureuse pour le choix d’un évêque qui doit être consacré par au moins trois évêques et si possible par tous les évêques de sa province ecclésiastique (canon 4). Le canon 4 fait référence au Métropolitain pour la consécration épiscopale. L’accès au clergé est interdit à ceux qui n’ont pas une intégrité physique ou morale parfaite. Le canon 1 interdit la cléricature à ceux qui se sont volontairement castrés, et le canon 9 à ceux qui ont commis une faute grave nécessitant une réconciliation publique. Le canon 2 stipule que les membres du clergé doivent avoir une formation. Le concile condamne l’usure chez les clercs puisqu’ils bénéficient d’immunités fiscales (canon 7). Le canon 12 interdit à ceux qui sont entrés dans le clergé par appel de la foi et quitté le service de l’Empereur de quitter ensuite le clergé : incompatibilité entre la militia (le service) du prince et celle du Christ.
Les canons mettent en place aussi une organisation de l’Église dans la partie orientale de l’Empire. Organisation en provinces ecclésiastiques autour du métropolitain. Les provinces doivent tenir des synodes semestriels dont un avant le carême (canon 5). Ces synodes doivent permettre de faire appel des décisions ou sentences d’un évêque. Le canon 6 est plus particulièrement consacré aux sièges d’Alexandrie et d’Antioche dont les Pères rappellent la primauté effective d’un point de vue religieux. Jérusalem a une primauté d’honneur mais le siège métropolitain reste Césarée. Le siège de Rome a aussi une primauté sur l’Occident et une primauté d’honneur en Orient.
Un autre sujet était la réconciliation des « lapsi », ceux qui avaient trahis leur foi et l’Église pendant les persécutions. Il fallait trouver un chemin entre ceux qui refusaient totalement leur réintégration et donc le pardon et la réintégration comme s’il ne s’était rien passé. Le canon 10 exclut du clergé les lapsi ordonnés illégalement. Les fidèles lapsi qui ont apostasié sont mis à part pendant 10 ans. Les mourants recevront quand même le viatique.
Les novatiens qui se nomment eux-mêmes les purs sont réintégrés dans l’Église par un rite pénitentiel et l’imposition des mains, ils devaient s’engager à renoncer à leur intolérance. Leurs clercs sont réintégrés dans la hiérarchie et leurs évêques peuvent devenir chorévêques d’un évêque catholique. Pour les « Paulianistes » hétérodoxes de l’Église d’Antioche, le canon 19 prévoit qu’ils reçoivent de nouveau le baptême et les clercs de nouveau l’ordination. C’est contraire au droit coutumier de l’Église de l’époque. Le concile prend aussi des mesures pour le mélitiens en Égypte. Melitios est déchu de toutes ses prérogatives sacerdotales. Son clergé peut être réintégré par imposition des mains mais restera au second plan dans la hiérarchie de l’Église d’Égypte.
Le concile de Nicée a cherché à mettre de l’ordre dans des diocèses orientaux bouleversés par les longues persécutions. Il y est parvenu, mais dans la durée car ces différents schismes et hérésies (en particulier l’arianisme) ont perduré souvent après le concile et malgré les injonctions impériales.
Le dernier sujet traité par le concile est voulu par Constantin qui a insisté pour que partout la fête de Pâques soit célébrée à la même date. En Asie Mineure, la date de Pâques suivait le calendrier juif. En Égypte comme à Rome, la fête de Pâques suivait le solstice. Mais les deux computs de la fête mobile n’étaient pas exactement les mêmes. Les deux calculs restèrent différents mais le concile abandonna la référence au calendrier juif.
Clôture et « l’évêque de l’extérieur » :
Constantin fit personnellement connaître dans l’Empire les décisions du concile. La clôture du concile le 25 juillet 325 correspondait à la fête du vingtième anniversaire de son avènement au trône. Les Pères conciliaires furent reçus au palais impérial. Les honneurs militaires leurs furent rendus et l’Empereur leur offrit un banquet. À l’occasion de ce banquet qu’il présidait, il expliqua qu’il était « l’évêque du dehors » (tôn ektôn). Il se donna donc un rôle ecclésial qui a marqué le rapport entre l’Église et l’État pendant des siècles.
L’évolution de la politique impériale et la crise arienne
En dix ans, Constantin changea totalement de politique religieuse et se retourna en faveur de l’arianisme et ce, jusqu’à sa mort. Ce revirement se fit assez rapidement après le concile. L’opposition feutrée des ariens aux décisions du concile obligèrent l’empereur à intervenir. L’empereur et la haute administration se mirent à la théologie, comme le Magister Philoumenos, le préfet Ablabius, le préfet du Prétoire Flavius Philippos. Ossius de Cordoue étant rentré dans son diocèse en Occident, Constantin s’est entouré d’autres conseillers ecclésiastiques. En 327, Constantin penchait vers la conciliation et l’apaisement entre les ariens et les catholiques. Hélène, sa mère et Constantia sa sœur, soutenaient les ariens et influèrent sur lui. Constantin, en 326, avait ordonné l’exécution de son fils Crispus et de la belle-mère de son fils Fausta (ils complotaient contre lui). Ce drame familial avait moralement affaibli l’empereur et le concile n’avait pas vraiment résolu le conflit. Constantin réunit probablement un petit nombre d’évêque orientaux. Arius, dans une lettre ambiguë, ne contestant pas le symbole de Nicée, obtint son pardon. Les exilés purent revenir. Eusèbe de Nicomédie était un lointain parent de la famille impériale et Constantia plaida sa cause. En 328 il put revenir de Gaule.
Dès lors, les ariens purent développer leurs arguments pour abattre les évêques « nicéens ». C’est Eusèbe de Césarée qui mène le combat. Progressivement entre 327 et 335 tous les évêques nicéens sont envoyés en exil mais jamais officiellement pour des raisons théologiques. Le plus célèbre des évêques, chassé de son siège est Athanase d’Alexandrie le successeur d’Alexandre depuis 328 et qui est exilé en 335 à Trèves par Constantin, après un concile tenu à Tyr puis à Jérusalem où Arius est déclaré Orthodoxe.
Les disciples d’Arius en Orient triomphaient et partout ceux qui avaient soutenu et approuvé le symbole de Nicée avaient finalement été chassés de leur siège épiscopal. Eusèbe de Césarée et Eusèbe de Nicomédie étaient devenus les conseillers ecclésiastiques de l’empereur et de la famille impériale. Ils sont les premières figures d’évêques courtisans et politiques.
Constantin a finalement laissé l’arianisme triompher. Les partisans d’Arius (mort en 336) furent reçus à la pleine communion en 335 lors d’un concile local à Jérusalem. Mais officiellement, le symbole de Nicée n’était pas remis en cause et le catéchumène Constantin ne voyait visiblement pas très bien les différences de foi des protagonistes de l’affaire. Constantin, à la fin de sa vie devient dévot ; il est entouré de prêtres et d’évêques, il se fait représenter terrassant un dragon avec une lance ou en orant les yeux tournés vers le ciel. Il se fait lire les Saintes Écritures et prie dans la chapelle de son palais. Le dimanche, dans le palais, les cérémonies déploient un grand apparat. En 337, il exige des perses la liberté pour les chrétiens et déclare la guerre à la perse en exprimant sa foi. Victorieux grâce à son cousin Hannibalianus qui conduit l’armée romaine, il fait la paix à Pâques 337. Malade, il confesse ses fautes, prend le vêtement blanc et se fait baptiser dans le temps de Pâques 337 par Eusèbe de Nicomédie. Il meurt néophyte à la pentecôte 337.
Le développement de l’arianisme en Orient et dans le monde barbare
Après Constantin, la politique sous ses successeurs orientaux fut globalement favorable à l’arianisme. En Occident la foi Nicéenne fut la règle jusqu’en 353. En 353 Constance II (le fils de Constantin qui dirigeait l’Orient) devint seul empereur et tenta d’imposer l’arianisme à l’occident qui était resté nicéen. Dans les années 350, Certains sièges épiscopaux en occident passent à l’arianisme, comme Sirmium (en Serbie), Arles, Béziers ou Milan (jusqu’en 374). Les évêques non ariens sont exilés. La foi arienne lui convenait : si Jésus était le reflet du Père, lui pouvait représenter le Christ sur terre et devenir l’Évêque des évêques.
Entre 350 et 360, il y eut une série de petits conciles locaux tous pro-ariens, convoqués par Constance II. Mais l’arianisme s’est progressivement divisé. La tendance homéenne confesse le Fils semblable au Père (homoios). C’est la tendance qui a presque toujours eu les faveurs de Constance II. Une autre tendance apparaît à partir de 350 : ceux qui disent que le Fils est totalement dissemblable au Père, les anoméens (anomoios). Enfin il y a un arianisme très modéré. Ce sont les ariens qui confessent que le Fils est semblable au Père selon la substance (homoiousios) les homéousiens. Ces homéousiens, à partir de 358, se sont progressivement rapprochés des nicéens. Hilaire de Poitiers et Basile de Césarée de Cappadoce viennent de ce courant théologique.
Pendant cette période post-Nicée où l’arianisme a semblé triompher, beaucoup de catholiques de prêtres et d’évêques ont continué à professer la foi de Nicée.
La lutte anti-arienne fut poursuivie en Orient par les grands évêques cappadociens : Basile de Césarée de Cappadoce, Grégoire de Nazianze, Grégoire de Nysse, Jean Chrysostome. Mais c’est à l’avènement au trône impérial d’un général romain Théodose, originaire d’Espagne, qui fut proclamé empereur Auguste en 379 par l’empereur Gratien que la foi de Nicée triompha. Les deux empereurs, Théodose en Orient et Gratien en Occident, étaient tous les deux des chrétiens nicéens. Le 28 février 380 à Thessalonique ils proclament par un édit : « tous les peuples doivent se rallier à la foi transmise aux romains par l’apôtre Pierre, celle que reconnaissent le pontife Damas et Pierre l’évêque d’Alexandrie, c’est-à-dire la Sainte Trinité du Père, du Fils et du Saint Esprit… » La religion catholique devient religion d’État. Dans l’édit, les païens et les hérétiques sont menacés d’être exclus de la société civile. En 381 Théodose convoqua un concile à Constantinople. Pour la première fois depuis 50 ans, l’Église était réunifiée. Le concile précise le symbole de Nicée en précisant que le règne du Christ n’aurait pas de fin (Luc 1, 33) et le concile ajoute un long développement sur l’Esprit Saint sous l’influence de Grégoire de Nazianze, mais surtout des écrits de Basile de Césarée. La divinité de l’Esprit est affirmée par l’expression « procédant du Père » et devant être glorifié et adoré en même temps que le Père et le Fils. Les Trois personnes sont consubstantielles. Le reste du concile traite de questions disciplinaires. C’est Ambroise de Milan qui est chargé de rétablir la foi nicéenne en Illyrie. Il fallut plusieurs années pour réduire les derniers foyers d’arianisme dans l’Empire.
Un évêque arien d’origine Goth, Ulfila, qui participa au concile de Nicée, implanta solidement l’arianisme chez les Goths, les Alamans, les Burgondes et les Vandales. Quand les Goths et les autres peuples barbares envahirent l’empire romain dans sa partie occidentale (406), ils réimplantèrent l’arianisme dans l’Empire mais les romains restèrent catholiques. L’arianisme fut considéré avec le paganisme (Francs, Suèves, Angles et Saxons sont païens) comme la religion des envahisseurs. Les Suèves en Espagne, sous l’influence des Wisigoths, se convertissent à l’arianisme en 460.
L’arianisme progressivement s’éteignit dans le courant du VIe siècle en Occident. Sous l’influence de la conversion de Clovis au catholicisme qui lui apporta l’appui des romains et de l’administration romaine, beaucoup de barbares rejoignirent la foi catholique. L’arianisme resta religion d’État chez les Burgondes jusqu’en 516. Le roi des Wisigoths, en Hispanie, rallia le catholicisme en 587. En 589 un concile à Tolède intégra le clergé arien au clergé catholique. L’arianisme resta présent comme religion d’État chez les lombards jusqu’au VIIe siècle.
Nicée a été le premier d’une suite de conciles précisant la foi catholique. Le concile d’Ephèse en 431 définit Marie comme Theotokos (mère de Dieu puisque Jésus est une personne divine). Le Concile d’Ephèse condamna Nestorius évêque de Constantinople qui refusait de croire à la souffrance réelle du Verbe au moment de la passion et refusait de croire qu’une créature, Marie, avait enfanté Dieu. Enfin, en 451, le concile de Chalcédoine affirma la double nature du Christ, pleinement Dieu et pleinement homme. Il s’agissait alors de combattre l’hérésie monophysite professée par Eutychès.
Conclusion
Le IVe siècle a été pour l’histoire du christianisme un siècle déterminant. En devenant une religion officielle puis une religion d’État, le Christianisme a été obligé de se structurer de plus en plus. En devenant une religion du plus grand nombre, il a fallu approfondir les définitions du dogme pour éviter les dérives. En adoptant les méthodes, les mots, la culture de la philosophie grecque, le christianisme s’est profondément inculturé dans la civilisation du bassin méditerranéen, ce qui a permis d’approfondir la finesse de la pensée chrétienne et de fusionner durablement dans notre civilisation les apports juifs et grecs.
Le concile de Nicée a donné une définition du dogme trinitaire et a unifié l’ensemble du monde chrétien très durablement.
Enfin, ce premier concile œcuménique a été fondamental pour permettre à l’Église de se réformer. L’usage des synodes locaux est aussi resté en Orient et a façonné les Églises orientales.
L’importance prise par les empereurs dans la résolution des débats théologiques et de discipline ecclésiastique a profondément marqué l’Église. En Occident la modification du symbole de Nicée-Constantinople par Charlemagne en est un exemple frappant. L’Église d’Occident s’est libérée de la tutelle du pouvoir politique à la fin du XIe siècle avec la fameuse querelle des investitures et la victoire à Canossa du bienheureux pape Grégoire VII sur l’empereur Henri. Ce sont les papes du XIe siècle qui, pour la plupart, étaient des moines bénédictins de l’ordre de Cluny, qui ont menés ce combat contre la mainmise des laïcs sur l’Église. Les Églises orientales ont eu beaucoup de mal à couper le cordon. Et pour certaines, comme l’Église russe, il n’est toujours pas coupé.
Dom Kevin O’Farrell
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Grandi figure della vita monastica
Dom David Tomlins, ocso
Abate emerito di Tarrawarra (Australia)
Dom Kevin O’Farrell
(1919-2006)
Dom Kevin O’Farrell non ha mai spinto ai cambiamenti sulla scena monastica. Non era d’altronde suo desiderio. È stato per trent’anni (1958-1988) il primo abate di Tarrawarra. Questo è tutto. Un giorno ha descritto la comprensione della sua chiamata particolare come «un sentimento fondamentale di impegno verso la comunità che si sarebbe manifestato facendo della comunità il vero centro di tutta la mia vita».

«Vitale per l’abate, scriveva, è ricordarsi che il Padre celeste gli ha donato un impegno preciso da compiere… non per essere una figura importante nella Chiesa, un faro che brilla ma piuttosto per servire con tutte le sue forze questo gruppo particolare di uomini scelti dal Padre».
In effetti dom Kevin ha incarnato la triplice priorità dei fondatori cistercensi, Roberto, Alberico e Stefano, in quanto amante della Regola di san Benedetto, dei fratelli e del luogo.
«Sono nato il giorno di san Patrizio del 1919. Per una serie di coincidenze ho visto la luce nella casa di ritiro Saint Patrick, sulla collina di Saint Patrick nella città di Cork, in Irlanda. Sono stato battezzato in una chiesa vicina – anch’essa dedicata a Saint Patrick! Inevitabilmente sono stato chiamato Patrick».
La litania di questa “inevitabilità” fa riferimento al suo senso dello humor. Ha preso il nome di Kevin, un altro santo irlandese di primo piano, una volta divenuto monaco a Roscrea.
Suo padre, Maurice O’Farrell si sposò tre volte; dovette risposarsi perché le sue due prime mogli morirono di parto, lasciandolo con dei bambini piccolissimi. C’erano tre famiglie e quattordici bambini. Patrick era il primo figlio della seconda famiglia; sua sorella minore Mary é divenuta suor Kevin nella comunità cistercense irlandese di Glencairn. Sua madre era Agnes Daly. Suo fratello John era diventato monaco cistercense con il nome di padre Anthony Daly presso l’abbazia di Mount Saint Joseph, a Roscrea e, per un certo periodo, è stato membro del consiglio dell’Abate generale a Roma. La morte di sua madre, quando non era che un bambino di tre anni, gli ha lasciato un sentimento di perdita duratura. Scriverà anni più tardi a proposito di suo padre: «Molto prima di risposarsi era diventato per me sia un padre sia una madre e questo non sarebbe mai cambiato. Ero pressoché inseparabile da lui». Augusta, sua suocera, dichiarò sul letto di morte: «Sapete che suo padre gli era attaccatissimo quand’era bambino». Ha scritto: «Uno dei più grandi doni che ho ricevuto da Dio è quello di essere sempre stato amato». Questa esperienza fu centrale per la sua identità e per il suo atteggiamento verso gli altri.
Patrick è cresciuto a Shanballymore, un villaggio rurale di una sola via situato 40 km a nord della città di Cork. La vita lì era molto semplice. Non c’era né acqua corrente, né fogna, né elettricità. Suo padre possedeva un emporio e un bar e tre locali adiacenti. Aveva anche della buona terra a un chilometro dal villaggio, una piccola fattoria utilizzata principalmente per l’ingrasso del bestiame. Aveva però delle enormi difficoltà finanziarie. Nell’unica via si trovavano un sarto, un falegname, un fabbro, un calzolaio, un mastro sellaio e una famiglia di intagliatori di pietre cimiteriali. Patrick ammirava il talento e la bontà di queste persone. Da abate parlava spesso con intensità dei “piccoli”, un’espressione evangelica che secondo lui descriveva i suoi genitori e i suoi vicini.
«Una qualità in particolare che sembra essere stata trasmessa alla mia famiglia attraverso di loro (suo padre e sua madre) è una qualità di piccolezza, di essere chiamato a camminare nell’umiltà e nella povertà ma anche nell’amore e nella benedizione».
Da abate ha condiviso con me alcuni scritti di persone semplici che egli ammirava. Due tra questi provenivano dalle isole lontane di Blasket: Twenty Years A-Growing (1933) di Maurice O’Sullivan e l’autobiografia di Peig Sayer (1935), Peig.
Dopo aver terminato i suoi studi primari a Shanballymore, fece i suoi studi secondari presso i fratelli cristiani a Doneraile; quindi, ha trascorso due anni al collegio cistercense di Roscrea. La sua vocazione si è precisata nell’anno trascorso nella pubblica amministrazione al castello di Dublino.
Patrick è entrato all’abbazia Saint Joseph di Roscrea il giorno della festa dell’Assunzione nel 1937. Ha vissuto questa chiamata specifica a Roscrea come una benedizione.
«All’epoca la vita (cistercense) era particolarmente esigente a livello fisico e psicologico ma ciò non si rifletteva per nulla nel carattere dei monaci, che erano persone così amabili. Non sembravano affatto caduti nella trappola di diventare, come diremmo, “attaccati” alle penitenze, che avevano piuttosto – come dovrebbe essere – un’influenza liberatrice sulla loro vita. Irraggiavano gioia e bontà ed erano aperti all’amore e al sostegno».
Dom Albert Derzelle, che era il superiore della comunità di Mokoto, nella parte orientale del Congo, nel 1969, mi ha sottolinea-to questa qualità di Roscrea attraverso lo zio di dom Kevin, padre Anthony Daly, monaco di Roscrea e responsabile degli studi presso la Casa generalizia di Roma, quando Albert era studente. Dom Albert mi ha detto che non sarebbe mai sopravvissuto alla disciplina senza l’influenza benevola e moderatrice di Anthony.
Patrick O’Farrell ricevette l’abito e il nome religioso di Kevin all’inizio del noviziato nel settembre 1937; fece la sua prima professione e successivamente quella solenne rispettivamente nel 1939 e nel 1942; venne ordinato prete nel 1945. A proposito di questo periodo di formazione ha scritto: «Ho la percezione che durante questo periodo lo Spirito Santo abbia tracciato le linee sulle quali tutta la mia vita andrà svolgendosi – in un qualche modo un progetto generale». L’accento cadeva sulla persona di Cristo. Gli scritti dell’arcivescovo Goodier e del vescovo benedettino Hedley hanno contribuito a porre queste fondamenta. Monsignor Hedley lo impressionò insegnandogli e convincendolo che se avesse passato mezz’ora a contemplare Gesù Cristo questo avrebbe contribuito a una crescita autentica più che dei giorni o dei mesi passati a impegnarsi per acquistare la virtù o a vincere il vizio senza quella contemplazione. L’accesso ai grandi scrittori cistercensi doveva ancora venire.
«Sono stato anche profondamente segnato in quel periodo da un capitolo sulla gentilezza presente in uno dei libri di padre Faber; mi ha lasciato la convinzione duratura sul valore e il potere della gentilezza, confermata da numerose esperienze».
La vita dei fratelli più anziani è stato un elemento formativo per lui, in particolare il loro «amore, la loro gioia e la loro bontà di cuore», così come anche il loro senso dello humor. D’altro canto, egli osserva: «I superiori avevano la tendenza a canonizzare la fedeltà alla stretta osservanza, ma anche a quell’epoca io mi sentivo a disagio nell’ascoltarli. Mi scoraggiavo». Il libro del padre Hilary su Roscrea, secondo lui, sembrava trascendere tutti discorsi sull’austerità trappista. Hilary era assorbito dalla bellezza di Mount Saint-Joseph, dalle colline e dalle pianure, dagli alberi, gli uccelli ecc. «Io ho sempre pensato che questo fatto illustrasse chiaramente le due differenti visioni della nostra vita».

Kevin O’Farrell ha insegnato per un certo periodo al collegio della comunità di Mount Saint-Joseph. Era quindi diventato maestro dei novizi quando venne eletto primo abate di Tarrawarra il 29 novembre 1958. Prima di lasciare una Roscrea invernale per il suo insediamento in gennaio e ricevere la sua benedizione in un caldo opprimente a Tarrawarra, chiese al padre Thomas: «Perché io?» Padre Thomas non esitò nel rispondere: «E’ molto semplice – Dio ti ha dotato della gentilezza verso le persone, fai adesso attenzione a non perderla». Dom Kevin ha preso come motto abbaziale le parole di san Benedetto: «Essere amato piuttosto che temuto».
Ciononostante, all’inizio del suo abbaziato si sentì intrappolato tra due situazioni spiacevoli. Scrive: «Sono cresciuto in un’atmosfera dove un superiore considerava il mantenimento della regolarità nell’osservanza come una parte molto importante del suo ruolo. Alcuni dei monaci più influenti pensavano all’epoca che io fossi troppo tollerante, troppo indulgente».
Nei suoi trent’anni di abbaziato (1958-1988) è stato attento alle grazie che gli venivano offerte. Una di queste fu una visita a Taizé durante un Capitolo generale. Roger Schutz aveva delle idee che hanno ispirato dom Kevin. Come egli stesso ha scritto molto più tardi: «Vi era la domanda sulla complessità dello stile di vita e della perdita delle priorità… il primato di Cristo era stato oscurato da una moltitudine di regolamenti minuziosi. Le cerimonie tanto elaborate sia in coro sia alla messa hanno ugualmente giocato un ruolo. Tutto questo ha nutrito nel mio cuore un forte desiderio di ritornare alla semplicità del messaggio evangelico dell’amore e del sostegno reciproco». Ciò che egli ha intuito a Taizé l’ha confermato nelle intuizioni che precedentemente aveva avuto nella preghiera: «Roger si è reimmerso nei Vangeli per vedere ciò che doveva essere una comunità cristiana. Immediatamente è stato colpito dall’insegnamento di Cristo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”». Ecco, pensava, dove si trovava la risposta. Da quel giorno si è sforzato di stabilire di mantenere la priorità della carità nella vita della sua comunità. Dom Kevin era convinto della necessità di porre il Cristo e il suo Vangelo, così come il grande comandamento dell’amore, al centro della vita monastica. San Benedetto l’aveva fatto fin dalla formazione della tradizione.
Il Vaticano II ha fornito numerose esortazioni. Per esempio, dom Kevin ha ricordato che il Concilio definisce il cuore della rivelazione nella maniera seguente: «Dio invisibile, nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2). Egli parlerà della sua spiritualità di base come della «fede nell’amore infinitamente grande di Dio per me e per tutti i suoi figli». Inoltre, ha ricevuto una grazia personale che ha cambiato la sua vita: lui e la comunità sono stati profondamente amati da Maria di un amore incondizionato.
Il Capitolo generale del 1969 ha incoraggiato dom Kevin, perché due suoi brevi documenti, la «Dichiarazione sulla vita cistercense» e lo «Statuto sull’unità e il pluralismo», hanno permesso una grande semplificazione dei costumi e dello stile della vita delle comunità. Questo ha permesso un ritorno alle priorità contemplative monastiche evangeliche.
Ronald Fogerty, un fratello marista che aveva studiato psicologia negli Stati Uniti e aveva successivamente lavorato sul rinnovamento della vita religiosa, è stato un’altra manna dal cielo. Fr. Ronald ha dato un contributo generoso a Tarrawarra. Ha insegnato molto sulla vita comunitaria e i modelli di comunità, i principi che sottendono la crescita in quanto persona e il modo di favorire la crescita degli uni e degli altri.
«Ha insistito sul fatto che negli anni che sarebbero seguiti, soltanto le comunità calorose e solidali avrebbero avuto modo di sopravvivere e attirare dei nuovi membri».
Dom Kevin ha partecipato a numerosi Capitoli generali. Ne è uscito con una convinzione chiara dell’importanza dell’abate: «Una cosa è chiara come l’acqua cristallina: l’abate – la qualità dell’uomo – è della più grande importanza per il benessere e per la bontà di una comunità cistercense». Perché? «Prima di tutto si ritiene che egli sia il sacramento dell’amore di Dio per i suoi monaci».
«Non vi è più grande servizio che l’abate possa rendere ai suoi monaci: aiutarli a comprendere quanto essi siano amati da Cristo e da sua madre Maria, e di un amore incondizionato. In un certo senso, se hanno questa convinzione, tutto il resto si mette a posto».
Un altro membro dell’ordine ha condiviso il suo punto di vista su dom Kevin e il suo contributo al Capitolo generale:
L’influenza di dom Kevin sui Capitoli era strettamente clandestina (informale e nelle Commissioni). Oltre a una reticenza naturale, non parlava altre lingue e gli altri trovavano il suo accento difficile. Ma è stato abate per 30 anni in uno dei periodi più difficili e ha rispettato il suo motto Plus amari quam timeri. La misura di un abate è ciò che accade nella sua comunità, non ciò che accade al Capitolo generale.
Il millennio dell'abbazia di Montserrat
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Notizie
Padre Bernat Juliol, osb
Commissario del Millennio 2025
Il millennio dell’abbazia di Montserrat
Ora. Lege. Labora. Rege te ipsum. In communitate.
Articolo non tradotto in italiano
En 2025, nous commémorerons le millième anniversaire de la fondation du monastère de Montserrat par Oliba, abbé de Ripoll et de Cuixà et évêque de Vic. L’histoire nous apprend que dès 888, sur la montagne de Montserrat, se trouvait un petit ermitage dédié à la Vierge Marie. Ce n’est que quelques décennies plus tard, en 1025, qu’un groupe de moines de Ripoll, envoyés par leur abbé, construisit un monastère bénédictin à côté de l’ermitage. C’est ainsi que naquit le monastère de Montserrat, qui a toujours été marqué par ce double aspect : monastère bénédictin et sanctuaire marial. En d’autres termes, un lieu de prière, de vie évangélique, de pèlerinage et d’espoir.
Le fait que le fondateur ait été l’abbé et l’évêque Oliba, l’un des plus importants promoteurs de la paix au Moyen Âge, a profondément marqué le monastère de Montserrat tout au long de son histoire. Pendant mille ans, Montserrat a cherché à être un lieu d’accueil et de rencontre, un lieu d’écoute, de compréhension et de paix. Ainsi, l’engagement de son fondateur a renforcé le charisme que les moines bénédictins ont essayé de vivre depuis le début du Moyen Âge, au VIe siècle. D’ailleurs, l’une de ses principales devises a toujours été : Pax ! Une devise simple mais profonde.
La vie monastique bénédictine a été résumée de manière très éloquente le 24 octobre 1964 par le pape saint Paul VI dans la lettre apostolique Pacis Nuntius, dans laquelle il a proclamé saint Benoît patron de l’Europe. Dans ce texte, il dit que saint Benoît et ses enfants ont apporté le progrès chrétien « avec la croix, le livre et la charrue ». La croix, le livre et la charrue. Trois symboles qui, au cours d’un millénaire, ont également été forgés dans le monastère de Montserrat, non pas pour rester enfermés dans les murs du monastère, mais pour être partagés avec l’ensemble de la société.
En effet, au cours de centaines de générations de moines, le monastère de Montserrat a travaillé avec la croix, signe de foi et de spiritualité, avec le livre, signe de culture et de pensée, et avec la charrue, signe de construction sociale et de progrès. Il l’a fait avec la volonté d’être enraciné dans la terre qui l’a vu naître et qui, en même temps, l’a ouvert au monde. Enraciné dans la terre et ouvert au monde, témoin de la foi et accueillant pour tous, reconnaissant du passé et marchant vers l’avenir. C’est avec cet espoir que le monastère de Montserrat se prépare à célébrer son premier millénaire d’existence.
Le travail de réflexion qui a été mené pendant des années pour préparer le Millénaire 2025 a finalement abouti à une devise basée sur la devise bénédictine bien connue Ora et labora, et complétée par l’expérience monastique de deux siècles de vie monastique dans le monde entier et, en particulier, par le chemin parcouru à Montserrat. Il s’agit d’une devise basée sur cinq éléments qui non seulement définit la vie monastique mais exprime également ce que le monachisme bénédictin peut apporter à la société et au monde contemporain. Il s’agit donc d’une synthèse de la sagesse dont saint Benoît a fait preuve en tant que connaisseur des moines, mais surtout en tant que connaisseur de la nature humaine authentique.

Ora : La prière est le fondement de cette devise et elle est aussi le fondement de la vie. Elle nous apprend à sortir de nous-mêmes et à nous transcender vers ce Dieu de Jésus Christ qui est la vraie Beauté, la vraie Vérité, la vraie Bonté et le vrai Amour.
Lege : La lecture comme symbole de la culture et la culture comme expression de la beauté de l’âme humaine. Depuis l’Antiquité, les monastères ont été des lieux de transmission du savoir : les bibliothèques, les écrivains et la musique en sont des exemples évidents. La culture élève l’esprit humain et le rapproche de Dieu.
Labora : Le travail devient un instrument d’épanouissement personnel et de transformation du monde. L’effort, la persévérance, la ténacité, le travail bien fait et patient sont typiques de l’anticonformiste, de celui qui croit qu’un monde meilleur est possible.
Rege te ipsum : La tradition monastique enseigne que la connaissance de soi et la prise en charge de sa propre vie sont la source de la vraie liberté. Cette liberté qui nous permet de vivre selon des principes et des valeurs qui donnent un sens à notre existence et qui, en somme, nous fait comprendre que le vrai bonheur se trouve dans le fait de se mettre au service des autres.
In communitate : Qu’est-ce que Montserrat ? Montserrat est assurément une communauté monastique bénédictine. Mais Montserrat est aussi une communauté plus large, composée de tous ces hommes et femmes qui s’identifient à elle. Cette grande communauté nous enseigne qu’ensemble nous pouvons marcher vers l’avenir sans peur, avec force et espoir.
Ces éléments qui constituent la devise du Millénaire de Montserrat 2025 sont la proposition que la vie monastique bénédictine peut faire à ses contemporains. Ils montrent que la vie a un sens si elle est vécue de manière cohérente avec certains principes, ils montrent que le bonheur est possible si nous mettons nos capacités au service des autres, ils montrent que Dieu nous encourage constamment à être de meilleures personnes et à construire une meilleure société.
Giubileo d'oro della Federazione Indo-Sri Lankese (ISBF)
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Notizie
Padre James Mylackal, osb
Presidente di ISBF
Giubileo d'oro della Federazione Indo-Sri Lankese (ISBF)
1975-2025
Una celebrazione della fratellanza monastica
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Le jubilé d’or de la Fédération Indo-Sri Lankaise (ISBF) a été joyeusement célébré le 17 février 2025 au monastère bénédictin d’Asirvanam (Bangalore). Cet événement important a rassemblé des moines et des moniales des communautés bénédictines de l’Inde et du Sri Lanka pour réfléchir au cheminement spirituel des cinquante dernières années et renouveler leur engagement envers le mode de vie monastique. Le prieur conventuel P. Jérôme Naduvathaniyil, du monastère hôte, et le père James Mylackal, prieur conventuel du monastère de Navajeevan, à Vijayawada (Inde), Président de la Fédération, ont souhaité la bienvenue à l’auguste assemblée. La célébration a été honorée par la présence de l’archevêque Mar Mathew Moolakkatt, osb, archevêque métropolitain de Kottayam (Kerala). Dans son discours inaugural, en tant que bénédictin, il a apprécié la croissance constante de la présence des hommes et des femmes bénédictins dans ces deux pays et a béni l’assemblée. Étaient aussi présents l’Abbé Primat, père Jeremias Schröder, le Président de l’Alliance InterMonastères (AIM), père Bernard Lorent Tayart, l’Abbé Président sylvestrin Antony Puthenpurackal, la Présidente de la Communio Internationalis Benedictinarum (CIB), sœur Lyn McKenzie, le père Cyprian Consiglio, camaldule, secrétaire général du DIM-MID, dont la présence et les messages ont souligné l’importance de la solidarité monastique au-delà des frontières nationales. Une journée a été consacrée au dialogue interreligieux ; le père Showraiah Guvvala, de Sant’Anselmo, a présenté les cours offerts par l’Athénée, et sœur Resmi Thopillan, osb, secrétaire de l’AIM, a expliqué la situation financière et les projets.
Après la célébration eucharistique du jubilé, l’Assemblée générale annuelle de la Fédération a commencé et s’est poursuivie jusqu’au 21 février. Ce fut un temps de renouveau spirituel, de réflexion et de discussion sur les défis et les opportunités auxquels la vie monastique est confrontée dans le monde d’aujourd’hui.

Une vision enracinée dans la spiritualité bénédictine
La Fédération bénédictine Indo-Sri Lankaise a été fondée il y a cinquante ans dans le même monastère, Asirvanam, à Bangalore, avec une vision claire : favoriser l’unité, la collaboration et l’enrichissement spirituel entre les monastères bénédictins de l’Inde et du Sri Lanka. Au fond, l’ISBF n’est pas un simple organe administratif, mais une famille spirituelle qui cherche à approfondir la vision de saint Benoît par la prière, l’étude et le soutien communautaire.
Aujourd’hui, la Fédération s’est élargie pour inclure quinze congrégations et est renforcée par plus de cent communautés monastiques. Plus de 700 moines et moniales des deux pays se consacrent à la règle de saint Benoît, embrassant une vie de Ora et labora – prière et travail – dans les riches paysages culturels et spirituels de l’Inde et du Sri Lanka.
L’Inde, terre de traditions religieuses et philosophiques diverses, offre un environnement unique pour la vie monastique où le charisme bénédictin s’harmonise avec l’esprit contemplatif profondément ancré dans la spiritualité indienne. Le Sri Lanka, connu comme la Perle de l’Océan Indien, est depuis longtemps une terre d’héritage monastique, où la tradition bénédictine continue de s’épanouir au sein d’une culture bouddhiste, parallèlement à la foi chrétienne profondément enracinée du pays.
L’objectif de l’ISBF : renforcer la vie monastique au 21e siècle. L’ISBF offre à ses membres une plate-forme spirituelle pour :
- approfondir la fraternité et l’unité entre les communautés monastiques.
- S’engager dans une réflexion théologique et spirituelle pour discerner et répondre aux défis de la vie monastique aujourd’hui.
- Favoriser l’apprentissage et le soutien mutuels, en s’inspirant des riches expériences des différentes communautés.
- Organiser des programmes de formation continue pour les personnes en formation initiale et pour les formateurs.
- Échanger des ressources – tant spirituelles que matérielles – pour aider les monastères à prospérer.
Chaque année, la Fédération organise des sessions d’étude et des retraites, offrant aux moines et aux moniales des occasions de réfléchir, d’apprendre et de grandir dans leur vocation. Ces initiatives sont enracinées dans l’appel bénédictin à la stabilité, à la conversion de la vie et à l’obéissance, garantissant que la voie monastique reste vivante et pertinente face aux défis modernes.

Marcher dans la foi et la gratitude
Alors que l’ISBF célèbre cinquante ans de collaboration monastique, nous rendons grâce à la providence de Dieu, au travail acharné des pionniers et à la générosité des bienfaiteurs, en particulier l’AIM-USA et l’AIM Internationale (Vanves, France), des sympathisants et de l’Église au sens large qui ont soutenu ce « voyage ». L’appel à chercher Dieu ensemble reste au cœur de notre mission, et nous allons de l’avant avec une foi renouvelée, un engagement plus profond et une espérance inébranlable dans la voie monastique.
Le voyage continue, guidé par la sagesse de saint Benoît, alors que nous nous efforçons de vivre comme d’authentiques témoins de l’Évangile, unis dans la prière et l’amour, cherchant toujours le visage de Dieu. Nous vous remercions.
Giubileo d'argento del monastero di Teok
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Notizia
Da un articolo di padre Sibi Joseph Vattapara, osb
Monastero di San Giuseppe a Makkiyad
Ashir Sadan (Teok) : Giubileo d’argento del monastero di Teok
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25 ans de prière, de service et d’espérance
À l’image de l’appel du pape François dans Evangelii Gaudium («… la communauté évangélisatrice, par ses œuvres et ses gestes, s’implique dans la vie quotidienne des autres. […] Elle assume la vie humaine, touchant la chair souffrante du Christ dans les autres » EG 24), la vie monastique se consacre à la prière, à la solitude et à l’union à Dieu, tout en restant proches des joies et des luttes de l’humanité.
Cette vocation, héritée des Pères du désert, s’est incarnée à travers les siècles sous des formes diverses, comme celle de saint Sylvestre Guzzolini, fondateur des Sylvestrins au 13e siècle : l’ordre de saint Benoît de Montefano – maintenant connu comme bénédictins-sylvestrins. En 1962, ces moines sont arrivés en Inde, au Kerala, où leur présence a peu à peu essaimé à travers le pays (Makkiyad, Jeevan Jyothi, Navajeevan).
En 1999, les frères du prieuré Saint-Joseph de Makkiyad fondent le monastère d’Ashir Sadan, dans le diocèse de Dibrugarh, en Assam. Cette fondation, modeste à ses débuts, devient au fil des années un centre spirituel rayonnant. Portés par l’Esprit, les moines se consacrent à la prière, au silence et au service des populations tribales du nord-est de l’Inde, souvent marginalisées. Leur vie simple, enracinée dans l’Évangile, témoigne d’un amour incarné et d’une solidarité active. Les moines vont à la rencontre des habitants, partageant la Parole, promouvant l’éducation, et semant la paix et la dignité. Inspirés par le concile Vatican II, ils affirment que la vie contemplative est une force d’évangélisation.
Un monastère enraciné dans la tradition et ouvert au monde
Le monastère d’Ashir Sadan incarne aujourd’hui une vision du monachisme à la fois fidèle à sa tradition spirituelle et attentive aux besoins contemporains. Situé dans les collines paisibles de l’Assam, il est devenu un phare d’espérance, lieu de prière, de fraternité et d’engagement social.
L’histoire d’Ashir Sadan débute le 27 octobre 1999, lorsque les pères Stephen Kulathinal et Thomas Kodakassery, guidés par le prieur Jose Kadakelil, quittent le prieuré Saint-Joseph de Makkiyad, au Kerala, pour le diocèse de Dibrugarh. Leur mission, inspirée du zèle de saint Paul et Barnabé, fut soutenue par toute leur communauté. Avant leur départ, ils reçurent l’appui de la communauté Vanashram de Bangalore et des bénédictions émouvantes à la gare, signe fort de fraternité.
Leur voyage fut marqué par le cyclone Paradip qui frappa violemment l’Odisha. Coincés dans un train durant deux jours, sans eau ni nourriture, ils vécurent un moment d’angoisse extrême, entre vents violents, pillards armés et isolement total. Ce fut une épreuve physique et spirituelle intense qu’ils affrontèrent dans la prière.
Arrivés à Calcutta, puis à Dibrugarh le 4 octobre 1999, ils rejoignirent le père Thomas Kodakassery. Sous l’impulsion de Mgr Joseph Aind, évêque de Dibrugarh, ils explorèrent le diocèse avec l’aide de missionnaires et de religieux locaux pour trouver un lieu propice à la fondation d’un monastère. Leur choix se porta sur une parcelle isolée à Teok, dans le district de Jorhat, ancien site de marais entouré de plantations de thé, jugé favorable à la vie contemplative.
Avec l’accord de l’évêque et le transfert officiel du terrain en 1999, les travaux débutèrent. Le monastère fut officiellement inauguré le 6 janvier 2000 lors d’une cérémonie présidée par Mgr Aind. Ce dernier voyait en Ashir Sadan un centre spirituel pour soutenir les communautés catholiques souvent isolées de la région. Les débuts furent modestes. Les moines s’installèrent dans un bâtiment rudimentaire, confrontés aux extrêmes climatiques de l’Assam et à la mauvaise qualité de l’eau, contaminée à l’arsenic et au fluorure. Grâce à l’aide de l’évêque, qui leur fournit matériel et soutien logistique, les conditions de vie s’améliorèrent progressivement. Ainsi, Ashir Sadan est devenu bien plus qu’un simple monastère : un signe vivant de foi, de persévérance et de solidarité chrétienne au cœur du nord-est de l’Inde.
Fidélité, service et espérance
En octobre 2000, l’abbé Andrea Pantaloni visita le jeune monastère d’Ashir Sadan. Malgré le climat rigoureux de l’Assam – pluies abondantes, inondations, chaleur – les moines, fidèles à la règle bénédictine ora et labora, cultivaient la terre et offraient un accompagnement spirituel et social dans les villages, apprenant les langues locales pour mieux servir.
Le monastère bénédictin d’Ashir Sadan n’a cessé de se développer depuis sa fondation. Vers 2002, le père Jose Kochuparambil, impliqué dans le ministère local, maîtrisant les dialectes locaux et nouant des liens avec les villageois, proposa la fondation d’un établissement d’enseignement pour les marginalisés du district de Jorhat, considérant que l’éducation était un outil vital pour le progrès social. Les obstacles s’accumulèrent (inondations, maigres ressources, pénurie de moines, lettres de menaces, attaques physiques sur les moines) et faillirent réduire à néant les efforts de la communauté. Encouragés par l’Église locale et le pape Jean-Paul II (discours aux bénédictins sylvestrins du 8 sep. 2001), les frères persévérèrent malgré les menaces, gagnant peu à peu la confiance de la population. Le 21 janvier 2002, Mgr Joseph Aind bénit l’ouverture de l’école.
En 2006, avec le soutien de Mgr Joseph Aind et du prieuré, un nouveau bâtiment fut achevé, permettant aux moines de quitter leurs modestes locaux d’origine pour un espace plus grand, dont une partie fut aménagée en centre de retraite pour les prêtres et les religieux du nord-est de l’Inde. La même année, le monastère ouvrit un internat pour les garçons des villages reculés de Teok, offrant éducation et stabilité. Les moines veillaient à la discipline et enseignaient des valeurs telles que la compassion, comblant ainsi les lacunes éducatives de la région, constatées lors du recensement de 2001.

Le monastère élargit son rayonnement grâce à des programmes villageois sous l’égide de la paroisse Mariani, répondant aux besoins locaux et fournissant une aide essentielle lors de crises telles que les fréquentes inondations en Assam – enregistrées chaque année dans les années 2000 – et la pandémie de COVID-19 qui débuta en 2020, en distribuant nourriture, médicaments, vêtements et abris aux habitants touchés, consolidant ainsi son rôle d’ancrage régional.
Vers 2006, les moines du monastère bénédictin d’Ashir Sadan ont invité les sœurs de la Présentation, une congrégation active dans l’éducation en Inde depuis le 19e siècle, et leur ont offert un terrain pour rejoindre leur mission. Les moines ont demandé aux sœurs de créer un foyer pour filles afin de leur offrir un espace sûr pour l’éducation et la croissance. Ce foyer, qui viendrait compléter l’internat pour garçons ouvert cette année-là, répondrait aux besoins des diverses communautés du district rural de Jorhat, notamment les tribus productrices de thé et les groupes assamais recensés lors du recensement de 2001. Sous la direction des sœurs de la Présentation, le foyer a rapidement prospéré, offrant abri, éducation et soutien à des filles d’horizons divers, grâce à l’expertise de l’Ordre en matière de promotion de l’éducation depuis 2007. Ce partenariat entre moines et sœurs a renforcé le rayonnement d’Ashir Sadan, alliant l’accent bénédictin sur le travail et la prière à l’héritage éducatif des sœurs, et a considérablement accru l’impact du monastère. En 2025, les efforts éducatifs du monastère – incluant désormais l’école et le foyer pour filles ouverts en 2002 – continuent d’offrir une éducation de qualité à la population de Teok et constituent un symbole durable de résilience et de service face aux défis de l’Assam.
Gratitude et joie : célébration du jubilé du monastère d’Ashir Sadan
En janvier 2025, le monastère bénédictin d’Ashir Sadan a célébré son 25e anniversaire depuis sa fondation en janvier 2000. Cette étape importante reflète un quart de siècle de service, de prière et de croissance sous la règle de saint Benoît et s’inscrit dans le cadre du jubilé de l’Espérance proclamé par le pape François pour cette année, qui met l’accent sur le renouveau et la confiance en Dieu au cœur des défis. Guidé par les valeurs bénédictines de travail, de prière et de communauté, le monastère reflète l’appel biblique du Jubilé – ancré dans le chapitre 25 du Lévitique – à restaurer les relations et à favoriser le retour spirituel. Cette mission est renforcée par la persévérance manifestée face aux inondations de l’Assam, à la méfiance locale du début des années 2000 et aux crises telles que la COVID-19. Avec le soutien de l’Alliance InterMonastères (AIM) et du prieuré Saint-Joseph de Makkiyad, sa maison mère, Ashir Sadan s’est développé au fil des ans, notamment avec la bénédiction d’une nouvelle église monastique par Mgr Joseph Aind le 11 juin 2023, renforçant ainsi son rôle de centre spirituel. Le programme éducatif du monastère, notamment l’école ouverte en 2002 et le foyer pour filles géré par les sœurs de la Présentation depuis 2006, continue de servir les diverses communautés du district de Jorhat, tandis que le centre de retraite établi dans le bâtiment de 2006 accueille des prêtres et des religieux du nord-est de l’Inde pour la contemplation et le ressourcement. En tant que maison de noviciat du prieuré Saint-Joseph, Ashir Sadan a formé de futurs moines et formé des prêtres locaux tels que les pères Jiten Urang et Philip Kujur, consolidant ainsi son héritage de centre de vocations et d’espoir dans la région jusqu’en 2025.

Padre Javier Aparicio Suarez
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Padre Javier Aparicio Suarez nuovo Abate presidente della congregazione di Sankt-Ottilien
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Le 18 janvier 2025, les bénédictins missionaires de Sankt-Ottilien ont élu le père Javier Aparicio Suárez, âgé de 55 ans, 7e abbé président. Il succède ainsi à l’abbé Jeremias Schröder qui a été élu en septembre dernier Abbé primat des bénédictins à Rome. Le siège officiel de l’Abbé président est traditionnellement situé à Sankt-Ottilien, en Haute-Bavière. C’est là que le père Javier travaille depuis quatre ans en tant que procureur au sein de la direction de la Congrégation. Il a été ordonné abbé immédiatement après son élection.
Le nouveau président de la Congrégation est né en 1969 à Valladolid (Espagne) dans une famille très marquée par la religion chrétienne. Après le Baccalauréat en 1986, il suivit les études de philosophie et de théologie à l’université de Navarre en 1987, tout en étudiant le piano au conservatoire de musique de Pampelune. En 1990, il entra dans l’ordre des Augustins récollets de Navarre. Après l’ordination sacerdotale en 1994, il travailla pendant trois ans comme directeur d’une école primaire et secondaire dans le sud de l’Espagne. En 2001, il fonda avec deux moines de Silos le monastère San Salvador del Monte Irago, un monastère situé sur le chemin de Saint-Jacques-de-Compostelle, en Espagne, qui appartient à l’archi-abbaye de Sankt-Ottilien.
En 2004, il transfère sa stabilité à Sankt-Ottilien. En 2006, il devint père hôtelier de l’archi-abbaye de Sankt-Ottilien où il enseigna en même temps aux novices du monastère. De 2010 à 2021, il servit comme supérieur du monastère de Rabanal del Camino, sur le chemin de Saint-Jacques, en Espagne, et fut en même temps membre du Conseil de la Congrégation. En 2021 suivit la nomination au poste de procureur général de la Congrégation, fonction qu’il a occupée jusqu’à son élection. Cette fonction consiste principalement à coordonner les projets et les finances à l’échelle mondiale. Dans ce cadre, il s’est régulièrement rendu dans tous les monastères de la Congrégation en Europe, en Afrique, en Amérique et en Asie.
La Commissione sulla Cina
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Dom Bernard Lorent Tayart, osb
Presidente dell'AIM
La Commissione sulla Cina
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Le 15 mars 2025, les membres de la « Commission bénédictine sur la Chine » se sont réunis à Saint-Anselme sous la présidence de l’Abbé primat. Étaient présents les délégués des congrégations ou des ordres intéressés par la Chine pour les motifs suivants : certains de leurs membres sont actifs en Chine ou sont d’origine chinoise ; des abbayes accueillent dans leurs facultés de théologie des candidats chinois ou même vietnamiens ; d’autres traduisent et préparent du matériel théologique pour les vocations chinoises ; ils sont voisins de la Chine comme certains monastères de Corée du Sud ou de Taïwan ; d’autres entretiennent des liens historiques et d’amitié datant de l’époque missionnaire ; et enfin ils habitent à Hong Kong ou Macao qui jouissent d’un statut particulier en Chine.
Il s’agissait de discuter des activités et des défis pour la vie bénédictine en Chine, d’explorer les opportunités d’études théologiques et d’échanges culturels.
Les témoignages montrent une présence monastique qui doit s’adapter aux exigences politiques en pratiquant une activité pastorale, d’accueil et de soins faite de discrétion ; et en acceptant les restrictions concernant la participation à la messe ou, dans un autre domaine, l’acquisition de propriétés.
Deux membres du Dicastère pour l’évangélisation nous ont présenté le Bureau « Chine » du Dicastère pour les relations avec l’Église de Chine, et la « Commission pastorale de Chine » qui s’occupe aussi des Chinois vivant hors de Chine. Si la vie religieuse institutionnelle pour les hommes n’est toujours pas autorisée dans le pays, tous les évêques de Chine sont aujourd’hui en communion avec le Saint-Père, même s’il n’y a pas encore de Conférence épiscopale chinoise officiellement reconnue par le Saint-Siège. L’important, ce sont les petits pas et la nécessité de comprendre que la mentalité chinoise est différente et tout aussi respectable que la mentalité occidentale.




