« Tutta la vita come liturgia »
Estratto del Bollettino dell’AIM • 2023 - No 125
Riepilogo
Editoriale
Dom J.-P. Longeat, osb, Presidente dell’AIM
Prospettive
Liturgia monastica: Il grande «oggi» di Dio
Dom J.-P. Longeat, osb
Grandi Figure della Vita Monastica
Le Saux-Abhishiktananda, un sacerdozio nello Spirito
P. Yann Vagneux, MEP
Arte e liturgia
Sul filo della storia, «Maria ha serbato queste cose nel suo cuore»
Dom Ruberval Monteiro, osb
Notizie
Viaggio in Terra Santa, aprile-maggio 2023
Dom J.-P. Longeat, osb
Editoriale
Questo numero del Bollettino dell’AIM avrebbe voluto mettere a punto una riflessione sintetica sulla pratica della liturgia nei monasteri dei nostri giorni: le cose ormai scontate, le questioni e le proposte. Non siamo riusciti a raggiungere questo scopo che avrebbe richiesto un di più di preparazione e di contatti con diversi monasteri dei diversi continenti per avere una foto della situazione attuale.
In ogni modo questo numero è interamente dedicato alla liturgia in maniera più generale e spirituale. Siamo contenti di poter contare sul contributo di tre benedettini brasiliani due dei quali sono professori al Pontificio Istituto Liturgico di Sant’Anselmo.
Abbiamo anche voluto onorare la personalità di padre Henri Le Saux in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte, con un contributo di padre Yann Vagneux delle Missioni Estere di Parigi (MEP). Questo studio è stato già pubblicato nella rivista «Vie consacrée», ma valeva la pena riprenderlo.
Infine, personalmente, condivido qualcosa del mio viaggio in Israele per incontrare le diverse comunità della famiglia benedettina in Terra Santa.
Dom Jean-Pierre Longeat, osb
Presidente dell’AIM
Articoli
La pace sia con voi! (Lc 24, 35-48)
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Articolo non tradotto. Visualizzazione in inglese, francese o altra lingua.
Liturgia monastica: Il grande «oggi» di Dio
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Prospettive
Dom Jean-Pierre Longeat, osb
Presidente dell’AIM
Liturgia monastica: Il grande «oggi» di Dio
Le riflessioni proposte in questo articolo vorrebbero essere come un invito a scegliere di vivere il giorno che ci è dato come il più importante e vero di tutti i giorni. Oggi, come ogni giorno, tutto avviene in virtù della potenza e della verità degli esseri e delle cose e solo nella misura in cui siamo disposti ad accoglierli. Come si sa, la liturgia valorizza questo «hodie». Si tratta dell’oggi che ci fa entrare nel giorno senza fine di Dio.
Mi accingo a scrivere queste righe pensando a tutti coloro che, anche oggi, come ogni giorno, a partire dal momento della creazione della nostra umanità, hanno sete di essere, di vivere, di comprendere, di condividere, di amare, di esistere intensamente come parte di un’umanità che grida la sua sete e il suo desiderio senza conoscerne abbastanza l’oggetto e il modo.
Innanzitutto, ci chiediamo in che cosa consista l’ascolto quotidiano: «Oggi se ascoltate la mia voce»; di seguito a questa domanda ci poniamo quella che riguarda il nutrimento quotidiano: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» per volgerci, infine, verso il Giorno di Dio, il giorno che sta aldilà di tutti i giorni: il giorno promesso e tanto desiderato.
«Oggi se ascoltate la voce del Signore, non indurite il vostro cuore» (Sal 94)
Questo versetto del Salterio viene citato proprio all’inizio della regola di san Benedetto:
«Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l’incitamento della Scrittura che esclama: “È ora di scuotersi dal sonno!” e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: “Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!” e ancora: “Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!”. E che dice? “Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte”» (Prol. 8-13).
Il Salmo 94 è – o era – cantato ogni giorno all’inizio delle Vigilie nella liturgia benedettina: è il salmo invitatorio per eccellenza, il salmo che invita alla preghiera con tutti i suoi elementi diversi.
Prima di tutto troviamo un invito più generale alla lode: «Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia». Subito dopo il ringraziamento: «Perché grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dèi. Nella sua mano sono gli abissi della terra sono sue le vette dei monti. Suo è il mare, è lui che l’ha fatto; le sue mani hanno plasmato la terra». Prima di essere riconosciuto come Creatore di tutte le cose, il Signore viene confessato come il Dio unico, il Dio grande al di sopra di tutte le grandezze e di tutte le altezze. Per questo egli può tenere nella sua mano tutti gli elementi della creazione, dalle profondità della terra alla cima delle montagne e per tutta l’estensione dei mari e dei continenti.
Di seguito troviamo una preghiera di ringraziamento per l’opera di salvezza in relazione diretta con il cammino nel deserto e le meraviglie ivi compiute dalla mano del Signore. Questa preghiera è accompagnata da un invito al pentimento come garanzia di un autentico rendimento di grazie: «Entrate, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce… Non indurite il vostro cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere». Questo ringraziamento per l’esperienza della redenzione e questo invito al pentimento si ricongiungono in una nuova confessione di fede: «È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce…».
Infine, il salmo si conclude con una evocazione delle promesse fatte da Dio all’uomo di poter condividere la sua vita e partecipare al suo riposo eterno nel sabato degli ultimi tempi, a condizione che il suo cuore non si smarrisca evocando, ancora una volta, il peccato di Israele nel deserto: «Per quarant’anni mi disgustò quella generazione e dissi: “Sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie”. Perciò ho giurato nella mia ira: “Non entreranno nel luogo del mio riposo”».
Al centro del salmo, nel suo insieme, troviamo il versetto citato da san Benedetto: «Se ascoltate oggi la sua voce, non indurite il vostro cuore». Nel salmo troviamo dunque la dimensione della memoria, quella della promessa e l’evocazione dell’attualità quotidiana che dà senso alle due dimensioni. È questa una delle chiavi della spiritualità cristiana. San Benedetto, fedele alla tradizione monastica, si rivela un commentatore particolarmente affidabile.
Di cosa si tratta? Bisogna vivere ogni giorno da svegli. Ogni mattino e ogni istante della giornata sono un appello lanciato dalla voce di Dio. Questa chiamata non può essere percepita se non da quanti si rendono attenti. Si tratta di coloro che aprono gli occhi e le orecchie del cuore per vedere e per ascoltare: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (1Cor 2,9 citata in RB 4,77). Ciò che ci può rendere infelici in questa vita è di chiuderci nell’illusione che viene dai sensi esteriori. Se vedo soltanto con i miei occhi di carne e ascolto soltanto con le orecchie del mio corpo, non ho ancora visto e ascoltato nulla che possa dare il gusto della vita vera.
Ogni giorno, momento dopo momento, attraverso gli esseri e le cose create, ci viene donata la totalità dell’esistenza. Ma, spesso, siamo addormentati e non facciamo altro che sognare. È urgente, sempre più urgente, svegliarsi, alzarsi e continuamente risuscitare per mettersi in ascolto: «Oggi se ascoltate la sua voce non indurite il vostro cuore». Siamo di fronte a uno degli elementi essenziali del Vangelo. Per poter ascoltare bisogna che il cuore sia toccato dalla grazia, che sia convertito, circonciso. In proposito bisogna leggere il discorso della Montagna di san Matteo. Sin dal primo versetto del Prologo, san Benedetto ci invita: «Ascolta, piega l’orecchio del tuo cuore» (Prol. 1).
Commentando il versetto del Salmo 94 citato sopra, la Lettera agli Ebrei attualizza, in modo assai forte, la nostra relazione alla Parola di Dio che l’uomo riceve per metterla in pratica e così poter, un giorno, gustare il riposo di Dio: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto» (Eb 4,12-13). La nostra vita è orientata in questa prospettiva dell’oggi della Parola che si radica nelle nostre vite umane, affinché possiamo dire con Cristo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21)?
«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6,11; Lc 11,3)
Non basta piegare l’orecchio del proprio cuore e non indurirlo per poter ascoltare l’invito del Signore attraverso la Parola di ogni giorno, bisogna anche accettare ciò che il Signore prevede per noi nel quotidiano, secondo la sua volontà.
È utile a questo punto fare riferimento all’esperienza di Israele nel deserto. Il Signore provvede gratuitamente alla fame del suo popolo mandando, durante la notte «uno strato di rugiada intorno all’accampamento». Questo strato di rugiada, una volta evaporato al mattino, faceva affiorare sulla superficie del deserto una cosa fine e granulosa: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo. Ecco cosa comanda il Signore: “Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne”». Mosè ordinò loro: «Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino». Cosicché «ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva» (cf. Es 16,13-21). Il nutrimento quotidiano della manna discesa dal cielo, ecco un elemento fondamentale della spiritualità dell’oggi proposta da Dio al suo popolo.
Il Vangelo secondo Matteo offre un bel commento circa questo dono venuto dal cielo: «Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete […]. Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccupa di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,25-34).
Bisogna prendere questo testo alla lettera? No, non è sufficiente, bisogna interpretarlo. Rimane comunque indispensabile saper vivere questo abbandono giorno dopo giorno in una fiducia che bisogna rinnovare continuamente. È chiaro che la nostra ricerca è raramente quella del regno di Dio prima di tutto e questo è un problema. Se come gli Israeliti nel deserto vogliamo fare delle riserve di manna e cerchiamo di immagazzinare il dono di Dio non accettando di ricevere ogni giorno quei doni che sono strettamente necessari, non saremo in grado di compiere la vita di Dio in questo mondo.

Il discorso sul pane di vita illustra il compimento del segno della manna. Il Cristo ci rivela che è lui stesso il Pane di vita: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,49-51).
Il nostro unico e vero nutrimento quotidiano è Cristo, il quale si dona perché il mondo abbia la vita. Lo riceviamo nella parola ruminata e nella preghiera, nel pane dell’eucaristia e degli altri sacramenti come pure nella comunione fraterna.
In tal modo l’invocazione «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» non si può capire veramente che in questa relazione con il Cristo donato che è nuova ogni giorno. Per questo possiamo cercare il Regno e la sua giustizia e accontentarci del nutrimento quotidiano.
L’intera vita di Cristo è vissuta in questo modo e san Luca ce lo riporta a suo modo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (4,21); subito dopo la guarigione del paralitico, i testimoni esclamano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (5,26). E ancora: «Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (13,32-33). E ancora: «Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua. […] Oggi per questa casa è venuta la salvezza» (19,5.9).
Possiamo dunque interrogarci sul nostro nutrimento quotidiano. Riceviamo veramente innanzitutto il Cristo per compiere la volontà che è in Dio, o siamo invece preoccupati di un’accumulazione assolutamente superflua che ci porteremo nella tomba? La nostra vita si pone sotto il segno primario dell’eucaristia con tutte le sue dimensioni spirituale, personale, comunitaria e sociale, o si tratta, invece, di qualcos’altro sostanzialmente vano? Accettare di ricevere il nutrimento quotidiano di Cristo, significa accettare di rivedere le nostre priorità per vivere gioiosamente alla sequela di Gesù che sale a Gerusalemme per compiervi il suo esodo.
San Benedetto prescrive all’abate di ricordarsi questo insegnamento del Vangelo «perché non adduca la scusa di un’eventuale insufficienza di mezzi» tanto che «si ricordi che sta scritto: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più”» (RB 2,35).
Il giorno del Signore
L’oggi reale della vita dei credenti è, in verità, l’oggi di Dio che si dispiega su tutta la storia e ben oltre la storia. Per il Signore, infatti, «mille anni sono come un giorno solo» (Sal 89) ed «è meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 83,11). L’oggi di Dio di cui stiamo parlando è quello della sua venuta continua. Il Signore non smette di venire, visita la sua creazione rivolgendole la parola e incarnandosi fino a promettere la sua venuta gloriosa quando Cristo sarà tutto in tutti.
Così la Rivelazione biblica è attraversata dall’annuncio di quest’oggi di Dio che si manifesta continuamente nella vita degli uomini: «E fu sera e fu mattina, primo giorno» (Gen 1); «Questo è stato fatto dal Signore» e ancora «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» (Sal 117). I profeti continuano a dire: «In quel giorno…». Questa espressione profetica non va intesa necessariamente come una proiezione verso il futuro, ma è un annuncio del giorno di oggi nel quale ciascuno è chiamato a scegliere tra la vita e la morte (cf. Deuteronomio). Il Vangelo di san Luca si apre proprio con questo annuncio della Buona Novella: «Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,11) e si conclude con una promessa: «Oggi sarai con me in Paradiso» (Lc 23,43).
In ogni modo ciò che esprime al meglio questo grande giorno di Dio, è l’oggi della celebrazione liturgica. Nella liturgia latina, hodie risuona come una speranza inaudita lungo tutto l’anno.
Il più celebre hodie è quello di Natale: «Hodie Christus natus est…» – «Oggi Cristo è nato, è apparso il Salvatore; oggi sulla terra cantano gli angeli, si allietano gli arcangeli; oggi esultano i giusti acclamando: Gloria a Dio nell’alto dei cieli» (antifona del Magnificat per i Secondi Vespri di Natale). Questa antifona viene preparata nell’Ufficio della Vigilia di Natale con l’annuncio dell’oggi della rivelazione: «Oggi, voi saprete che il Signore sta per venire e, al mattino, vedrete la sua gloria».
A questa antifona del Natale si può accostare quella dell’Epifania: «Hodie celesti sponso» – «Oggi la Chiesa lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo suo sposo; accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa» (antifona al Benedictus delle Lodi dell’Epifania). L’antifona del Magnificat dei Secondi Vespri riprende questo tema: «Oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza».
Nello stesso spirito, l’antifona del Magnificat dei Secondi Vespri di Pentecoste illustra il mistero che si compie in questo giorno: «Oggi la Pentecoste è compiuta, oggi lo Spirito appare come fuoco ai discepoli; con doni e carismi li manda in tutta la terra per la testimonianza del Vangelo: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo». È evidente che tra queste due feste si staglia la domenica di Pasqua e il tempo pasquale in cui risuona il «Questo è il giorno che ha fatto il Signore» tratto dal Salmo 117,24 che è il salmo pasquale per eccellenza: «Ecco il giorno che ha fatto il Signore, esultiamo e rallegriamoci». È questo il Giorno dei giorni: il vero oggi della vita divina. Inoltre, qualche antifona mariana recente (8 dicembre e 11 febbraio) ha ripreso questo tema come pure la liturgia benedettina lo ha applicato a san Benedetto, santa Scolastica e san Mauro.
La domenica è il grande Giorno del Signore. È, al contempo, il primo giorno della creazione come pure il giorno della redenzione nella risurrezione di Cristo e l’ottavo giorno, giorno oltre i giorni del tempo, in cui Dio trasfigura tutte le cose nel giorno della sua venuta. Il sacramentale della domenica è veramente di grande importanza come espressione della vita di Cristo. Bisogna sviluppare in ognuna delle nostre vite una spiritualità di questo quotidiano che è l’oggi di Dio. È il giorno della nascita, il giorno degli inizi e del nuovo inizio, è il giorno della risurrezione come pure il giorno dell’eternità, il giorno in cui si eclissano le apparenze per fare spazio alla realtà, il giorno del discernimento che è un altro nome per indicare il giudizio.
Cantando i misteri nell’oggi della storia, la liturgia permette loro di realizzarsi nel tempo in modo simbolico. I fedeli diventano così contemporanei dei misteri celebrati i quali si sono realizzati in un momento preciso del tempo, ma restano sempre attuali. È questo il senso del memoriale cristiano.
Un vecchio monaco del nostro monastero, morto qualche anno fa, ha vissuto l’ultima parte della sua vita nella convinzione che ogni mattina fosse domenica. Essendo aiuto-sagrestano preparava ogni giorno tutto il necessario per la liturgia della domenica. Certo, questo anziano monaco aveva perso un po’ la testa, a meno che, in realtà, fossimo noi ad averla persa mentre lui, nel suo candore, l’avesse ritrovata dopo una settantina d’anni di vita monastica.
Un monaco del deserto, nel IV secolo, si ripeteva ogni mattina: «Oggi ricomincio». Auguriamoci che questo incessante ricominciare continui ad abitare la nostra vita. In tal modo, secondo quanto dice Gregorio di Nissa, ci muoveremo «da inizio in inizio per degli inizi che non avranno mai fine». In questo modo arriveremo al giorno senza tramonto che Dio ci offre già nel simbolo.

Conclusione
Non basta certo presentare dei princìpi teorici, bisogna pure arrivare alle conseguenze concrete.
Ascolteremo veramente l’appello che risuona alle nostre orecchie da parte di Dio? Avremo un cuore sufficientemente ricettivo per entrare nell’oggi della Parola? Chiediamoci se frequentiamo veramente la Parola divina in un modo o nell’altro (letture bibliche o spirituali, preghiera, meditazione, ruminazione, lectio divina). Il nostro oggi è quello di un farsi presente di Dio in noi e attorno a noi che continuamente va alla ricerca, in modo sempre inatteso, per chiamare il suo operaio tra la moltitudine?
Saremo in grado di fare della nostra vita un quotidiano cammino fatto insieme? In che modo possiamo condividere il Pane di Dio tra fratelli e sorelle? Come ricevere la manna che è il vero Pane di Dio? Quando si sa bene che la metà degli abitanti del nostro pianeta muore di fame viene giustamente da chiedersi dove è andata a finire la preghiera: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»? È forse impossibile diventare veramente discepoli mentre affrontiamo la traversata del deserto di questo mondo?
Alla fine, possiamo chiederci come la nostra vita rende testimonianza del Giorno che sta al di là dei nostri giorni? Siamo capaci di relativizzare i beni immediati per rimettere la nostra vita nelle mani di Dio nel coraggio di un infaticabile lavoro, senza mai essere preoccupati di far valere noi stessi? Il giorno di Dio è sempre un giorno di giudizio in cui veniamo messi a nudo per essere veramente ciò che dobbiamo essere: delle semplici creature, dei semplici servitori che sanno di essere figli di Dio per l’eternità. Là si trova il nostro tesoro nella consapevolezza che «là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
«Ecco il giorno che ha fatto il Signore,
rallegriamoci ed esultiamo in esso».
(Sal 117,24)
Santa Macrina, "Tutta la sua vita come liturgia"
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Articolo non tradotto. Visualizzazione in francese, inglese o altra lingua.
L'attuazione della riforma della Liturgia monastica delle Ore nella congregazione benedettina in Brasile
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Articolo non tradotto. Vedere in francese, inglese o tedesco.
Le Saux-Abhishiktananda, un sacerdozio nello Spirito
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Grandi Figure della Vita Monastica
Padre Yann Vagneux
Missions Étrangères de Paris (MEP),
prete a Benares (India)
Le Saux-Abhishiktananda, un sacerdozio nello Spirito
In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di fr. Henri Le Saux, pubblichiamo un articolo di padre Yann Vagneux, già apparso in un numero della rivista Vies Consacrées ma che rimane più che mai attuale1.
Il 21 dicembre 1971, trentaseiesimo anniversario della sua ordinazione, Henri Le Saux (1910-1973), meglio conosciuto in India come Swami Abhishiktananda, scriveva nel suo diario: «Consacrato per un “ministero”. Ma un ministero che vada oltre le sue cosiddette manifestazioni ecclesiali. Ministero al servizio del mistero, rivelazione del Mistero. Rivelazione agli uomini del loro personale mistero (sic) e anche del mistero totale, del mistero in sé. Il monaco scompare, passa nel mistero. Il prete svela questo mistero. Ma chi può davvero rivelarlo senza perdersi in esso?». Queste righe riassumono mirabilmente il sacerdozio del monaco cristiano che più di vent’anni prima aveva lasciato la sua lontana Bretagna per recarsi sulla sponda indiana dove il suo ministero sacerdotale si svolse soprattutto in ambito induista. Naturalmente il sacerdozio di Abhishiktananda, come la sua vita, non può essere facilmente trasposto. Tuttavia, per quanto unico e ardente sia stato, il suo sacerdozio non ha perso nulla della sua forza di ispirazione, soprattutto per chi, come lui, desidera incontrare profondamente il cuore dell’India per trasmetterle la novità del Cristo.
Quaerere Deum
Nel 1921 Henri Le Saux entrò nel seminario minore di Château-giron all’età di undici anni. Cinque anni dopo, continuò la sua formazione presso il seminario maggiore di Rennes per prepararsi a diventare prete diocesano. Tuttavia, in seguito alla morte di un suo amico che voleva farsi monaco, si sentì chiamato a riprendere questa giovane vocazione incompiuta ed entrò nell’abbazia benedettina di Kergonan nel 1929. Pochi mesi prima di entrare in postulandato, confidò al maestro dei novizi le ragioni di questa nuova chiamata: «Ciò che mi ha attratto fin dall’inizio, quel che ancora mi guida, è la speranza di trovare Dio più vicino che in nessun altro luogo. Ho un’anima molto ambiziosa. È del tutto ammissibile, non è vero, quando si tratta di cercare Dio, e spero di non rimanere deluso». In questa confidenza, tutta piena di giovanile entusiasmo, sentiamo riecheggiare le parole che san Benedetto aveva posto al cuore della sua Regola come scopo della vita monastica: «Quaerere Deum», «Cercare Dio» e «Nihil amori Christi praeponere», «Non anteporre nulla all’amore di Cristo». Nella sua bellissima conferenza del 2008 al Collège des Bernardins, Papa Benedetto XVI spiegò cosa fosse questo «quaerere Deum» dei monaci benedettini:
«Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. […] Dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo».
Ci sembra quasi di leggere le parole del giovane monaco di Kergonan che pronunciò i suoi voti perpetui nella festa dell’Ascensione, il 30 maggio 1935. Alla fine di quell’anno, il 21 dicembre, fu ordinato prete proprio nel giorno in cui la Chiesa latina celebrava allora la festa di san Tommaso, apostolo delle Indie.
È importante sottolineare qui che il sacerdozio di Abhishikt-ananda venne vissuto innanzitutto nell’ambito monastico benedettino, di cui conserverà l’impronta indelebile fino alla fine della sua vita. Il suo sacerdozio rientrava a pieno titolo nella ricerca del «quaerere Deum» di cui anche Benedetto XVI ha detto:
«Quaerere Deum: poiché [i monaci] erano cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture, era aperta davanti agli uomini».
La vita del monaco cristiano è infatti strutturata dalla lectio divina delle Scritture. Queste trovano un’eco molto particolare nella liturgia con i sette uffici quotidiani in coro. Il canto gregoriano, di cui Henri Le Saux era appassionato per via del suo ufficio di cerimoniere, è interamente costruito su passi biblici – soprattutto i salmi – amplificati da un canto di commovente sobrietà. Abhishiktananda ne conservò la nostalgia fino alla fine della sua vita e pianse quando, in India, degli amici gli canticchiarono il «Dominus dixit», l’introito della messa di mezzanotte che non aveva più sentito da decenni... A Kergonan, Henri Le Saux era anche bibliotecario, cioè responsabile di uno dei luoghi centrali della vita monastica. Nel contatto quotidiano con i libri, coltivava una grande vicinanza con i Padri della Chiesa che, nei primi secoli, svilupparono un approccio contemplativo unico al mistero rivelato in Cristo. Ma è soprattutto nell’atmosfera di silenzio, così impressionante a Kergonan, che Henri Le Saux visse il «quaerere Deum». Tale era la sua vocazione di monaco di cui scriverà molti anni dopo: «Il solitario è nella Chiesa il ministro del Silenzio di Dio».
I diciannove anni che Abhishiktananda trascorse nella sua abbazia benedettina furono basilari a vario titolo, ma soprattutto per vivere il suo sacerdozio in India, in una cultura così marcata dalla figura del monaco, sia esso indù, giainista, buddista o cristiano:
«Il monaco è l’uomo dell’eschaton. È colui che testimonia che il tempo viene dall’eternità e va verso l’eternità. Che testimonia dell’advaita, della non-dualità dell’essere, nel susseguirsi dei tempi e la molteplicità delle forme religiose».
Il sacerdozio di Melchisedech
Henri Le Saux arrivò nel sud dell’India nel 1948 e raggiunse, vicino a Trichy, Jules Monchanin (1895-1957) che viveva lì da più di dieci anni. Insieme fondarono l’ashram Shantivanam nel 1950, non lontano da Kulitalai, e presero i nuovi nomi di sannyasi cristiani. Monchanin scelse Paramarubyananda in onore dello Spirito Santo e Le Saux, Abhishikteshwananda in riferimento a Cristo, l’Unto (abhishikta) del Padre. Attraverso il loro umile ashram, volevano che la Chiesa dell’India, già allora ricchissima all’epoca di istituti scolastici e medici, potesse rendere visibile anche la sua forma contemplativa, come Maria ai piedi del Signore mentre sua sorella Marta era intenta al servizio della tavola. Per loro era essenziale che l’induismo potesse scoprire la lunga tradizione contemplativa e monastica del cristianesimo. Pensavano che questo ashram potesse divenire luogo di scambio in cui i cristiani avrebbero ricevuto quel che lo Spirito Santo aveva posto nel cuore dell’India.
Qualche anno dopo, mentre scriveva Una messa alle sorgenti del Gange, resoconto del suo pellegrinaggio a Gangotri, Abhishikt-ananda riportava queste parole di Raimon Panikkar, suo compagno di viaggio:
«Il nostro ruolo come cristiani dell’India è quello di attingere ai tesori lasciati in eredità dai nostri rishi, dai nostri veggenti, dai nostri saggi, scrutare le Scritture, attingere alle fonti più pure e primordiali della loro esperienza per trasmetterne gli incomparabili segreti alla Chiesa».
In questo libro scriveva ancora:
«L’India e le sue Scritture fanno parte dell’immenso Testamento cosmico che ha preceduto l’allean-za del Sinai e quella che Dio ha concluso con Abramo […]. È come se dentro questo Testamento, questa alleanza originaria, lo Spirito preparasse la pienezza dei tempi, la venuta del Verbo incarnato attraverso tutti i popoli, tutti i luoghi, tutti i tempi dell’Universo».
Parlando di «testamento cosmico», Abhishiktananda collocava la ricerca indù nel piano di salvezza ben prima della Rivelazione cristiana. Una prospettiva teologica così ampia era necessaria per spiegare tutto ciò che sperimentò nella sua scoperta dell’India. In modo singolare, egli scoprì questo misterioso «testamento cosmico» negli incontri con i sannyasi che incrociò sulle strade o nelle grotte di Arunachala. Lo contemplava ancora nei sacerdoti bramini che officiavano nei grandi templi del Paese Tamil e tra i suoi vicini di Uttarkashi, nell’Himalaya, dove acquistò un terreno nel marzo 1961 per fondarvi un piccolo eremo. Abhishiktananda rimase veramente toccato da questa complicità sacerdotale che sperimentò con i pandit indù. Descriveva così quelle messe speciali che celebrava in latino nel loro quartiere:
«Ti ho parlato, credo, di queste prime messe celebrate nel villaggio himalayano di Gyansu. Anche se l’avevo celebrata il più presto possibile, il sadhu che viveva nella stanza di sotto era gi à alzato. Stava già cantando la Gita o ripeteva i suoi mantra, scandendoli con dei sonori OM. Mormoravo sottovoce il Dominus vobiscum della liturgia. Era il namah shivaya – Gloria a Shiva – che mi venne in mente in risposta. L’Hari Om si alternava al mio Kyrie e il Bhagavan rispondeva al mio Sursum corda. Nel tempio di Shiva, di fronte, la campana suonava e accompagnava i riti che mio fratello Melchisedech il bramino celebrava con tutta la sua pietà. Ho immaginato che il nostro Padre Celeste osservasse con particolare gioia a questa liturgia letteralmente cosmica e universale».
Nella sua riflessione sull’India e sul testamento cosmico spicca una figura in particolare: quella di Melchisedech, il misterioso sacerdote pagano che andò incontro ad Abramo per benedirlo (Gen 14,18-20). Abhishiktananda, come Panikkar, non ha esitato a vedere i sacerdoti indù come lontani fratelli del sommo sacerdote cosmico:
«Vedi qui questi sacerdoti del tempio della Madre Gange, quelli di Kedar, quelli di Badri, quelli di tutti i santuari della montagna e della pianura? Non sono forse i fratelli del biblico Melchisedech, di colui che benedisse Abramo e di cui il sacerdote di rito romano rievoca ogni giorno la memoria nel momento più sacro della liturgia? Melchisedech è in verità il tipo di sacerdote del Testamento cosmico. Cristo ha voluto essere sacerdote secondo il suo ordine, non secondo l’ordine di Aronne, sacerdote dell’alleanza d’Israele, e in lui anch’io lo sono».
Ancor di più, Melchisedech è stato sempre considerato dai Padri della Chiesa come la prefigurazione di Cristo stesso. Soprattutto la Lettera agli Ebrei mostra come il sacerdozio di Cristo non discenda dal sacerdozio cultuale di Aronne e dai sacerdoti del tempio di Gerusalemme ma, nella sua insuperabile novità, si lega al sacerdozio di Melchisedech secondo il versetto del Salmo 109: «Gesù divenne sommo sacerdote per l’eternità secondo l’ordine di Melchisedech» (Eb 6,20; cf. Sal 109,4).
Collegando in questo modo i sacerdoti indù con la figura misteriosa di Melchisedech e con quella di Cristo stesso e ricordando la menzione nel Canone romano della messa dell’«oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote» Abhishiktananda stesso scopriva la dimensione cosmica del suo sacerdozio e anche la chiamata a raccogliere nel sacrificio della messa «tutta la preghiera umana, tutto il desiderio umano, tutta la vera devozione umana, la vera ricerca di Dio, che si realizza in Cristo». Numerose testimonianze illustrano questa doppia scoperta. Così scrisse a un amico dal suo eremo in Uttarkashi:
«Nel soppalco allestito nella mia capanna, ogni mattina offro la messa, seduto come un prete bramino, con riti di offerta di acqua, incenso e fuoco. Leggo il Vangelo in sanscrito. […] Perché qui, come mai prima nella Chiesa, Cristo si manifesta come sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech».
Soprattutto, abbiamo il magnifico resoconto della messa che Abhishiktananda celebrò con Raimon Panikkar a Gangotri il 6 giugno 1964 in Una messa alle sorgenti del Gange. Quale altra cattedrale se non quella dell’origine del fiume sacro nell’Himalaya potrebbe essere più propizia per vivere il sacerdozio di Melchisedech? «In verità, ci sono pochi luoghi al mondo dove l’Eucaristia è più attesa e più misticamente preparata dallo Spirito che qui, alle sorgenti del Gange». È qui infatti che l’offertorio della loro messa silenziosa poteva davvero unirsi alla ricerca millenaria dell’induismo che voleva associare, con il pane e il vino, la propria offerta a quella che Gesù aveva fatto della sua vita:
«Il pane e il vino che offrirò nella mia messa qui a Gangotri saranno la richiesta rivolta a Dio da tutti quei pellegrini alle sacre sorgenti dell’Himalaya, da tutti quei sacerdoti, da tutti quei rinuncianti, da quelli di oggi, di ieri e di domani, perché l’Eucaristia trascende il tempo».
Il guru
Per venticinque anni, dal suo arrivo nel 1948 fino alla sua morte nel 1973, l’India trasformò profondamente la visione che Abhishikt-ananda aveva del suo ministero presbiterale. Il suo nuovo popolo lo ha portato ad approfondire la dimensione monastica del suo sacerdozio, in particolare nel «quaerere Deum» – la ricerca di Dio che scoprì con tanto ardore in molti monaci indù – e anche il ministero del silenzio di cui fu testimone anche in alcuni silenziosi eremi (muni) nascosti nel cuore dell’Himalaya. La sua vita quotidiana con gli indù lo portò ad approfondire la sua percezione del sacerdozio e lo espanse a dimensioni insospettate attraverso nuove esperienze, come scrisse nelle sue confidenze del 1971:
«Consacrato per un “ministero”. Ma un ministero che vada oltre le sue cosiddette manifestazioni ecclesiali. Ministero al servizio del mistero, rivelazione del Mistero. Rivelazione agli uomini del loro personale mistero e anche del mistero totale, del mistero in sé».
Quest’ultima frase mostra anche che un’altra figura della tradizione indiana è stata decisiva per la rinnovata percezione del suo sacerdozio: la figura del guru, del maestro spirituale.
Pochi mesi dopo il suo arrivo in India, Henri Le Saux ebbe la grazia di incontrare a Tiruvannamalai nel gennaio 1949, Sri Ramana Maharshi (1879-1950) il cui primo darshan gli lasciò ricordi indelebili:
«In questo Saggio di Arunachala e di questo tempo, era l’Unico Saggio dell’eterna India che mi appariva, era il lignaggio mai ininterrotto dei suoi saggi, dei suoi rinuncianti, dei suoi veggenti, era come l’anima stessa dell’India che penetrava nelle parti più intime della mia anima ed entrava in misteriosa comunione con essa. Era una chiamata che tutto squarciava, che tutto spaccava, che spalancava un abisso...».
Nell’incontro che ebbe prima con Ramana e poi, nel dicembre 1955, con Swami Gnanananda, Abhishiktananda scoprì chiaramente che al centro del sacerdozio non c’è solo un mistero di mediazione liturgica tra terra e cielo ma anche un mistero di trasmissione dello Spirito di cui il guru è la figura carismatica. Questo aspetto essenziale del sacerdozio gli si palesava sempre più, come testimonia il suo testo del 1966: «Il sacerdote che l’India aspetta, che il mondo aspetta».
Ogni prete cattolico dovrebbe rileggere questo testo che ancora oggi non è affatto invecchiato. Fin dalle prime righe, Abhishikt-ananda esprime l’essenza della sua visione:
«Nel contesto indiano il prete cristiano non può che essere un guru. […] Per un indù, il guru non è un predicatore che si limita a ripetere a chiunque lo ascolti ciò che ha imparato dai maestri o letto nei suoi manuali. È un uomo che parla per esperienza. Il guru è colui che impartisce l’insegnamento della salvezza; e non è solo nel profondo del cuore che si ascolta il mistero della sapienza, che sgorga l’esperienza della salvezza?».
Con l’impressione ancora viva del suo incontro con Ramana, Abhishiktananda scriveva rivolgendosi a un cristiano:
«Il guru o maestro spirituale è l’unico che un giorno ha incontrato nel profondo della sua anima il Dio “vero e vivente” di cui la Bibbia parla in ogni pagina, e da allora e per tutta la vita sarà segnato dal fuoco di questo incontro […]. Il guru è colui che, avendo scoperto nel profondo del suo cuore la scintilla dell’essere – non un’astrazione, ma l’IO SONO che si è manifestato sull’Oreb – non può più fare a meno di riconoscerla d’ora in poi ovunque, all’esterno come all’interno di ogni creatura, di ogni uomo, nel più intimo di tutto ciò che è, di ogni evento, di ogni movimento del cosmo che il tempo misura».
Sia in contesto indù che in contesto cristiano, tale esperienza è data dalla grazia dell’unico guru, il jagadguru: Dio che risiede nel profondo del cuore. Tuttavia, la luce di questo guru unico è come rifratta in altre luci che sono altrettanti aiuti sul cammino dell’esperienza spirituale. È il caso, ad esempio, di quelle che la tradizione indiana chiama gurugrantha: le sacre Scritture. Abhishiktananda osservò inoltre riguardo al prete: «Senza dubbio i libri lo avranno aiutato nella sua ricerca della Realtà – specialmente i libri che la sua Tradizione gli ha lasciato in eredità, e che gli comunicano, per quanto possibile, l’esperienza di coloro che prima di lui hanno avuto accesso al mistero interiore». Soprattutto, l’unico guru si manifesta nel darshan dei saggi il cui insegnamento avviene nella profondità del silenzio:
«Senza dubbio sarà stato aiutato dai maestri, perché solo dagli altri si riceve l’insegnamento della salvezza. […] Questo insegnamento, infatti, non è solo comunicazione, è comunione, si direbbe in linguaggio cristiano. Ma è proprio qui che sta il grande segreto. Il ruolo del Maestro non è quello di trasmettere nozioni. È soprattutto quello di risvegliare il discepolo. È aprire l’occhio interiore, quello che ci guarda dentro e vi riconosce il mistero. È aprire la mente del discepolo allo spirito che lo abita, a questo Spirito che sonda e scruta le profondità di Dio. Le parole pronunciate dal guru passano senza dubbio dalla parola all’orecchio dall’esterno, come tutto il discorso umano, che si diffonde necessariamente attraverso l’aria circostante. Ma, ancor più veramente, la parola del guru si trasmette direttamente da cuore a cuore, attraverso questo mezzo unificante che è lo Spirito, la comunione di tutti con la Parola eterna. Ed è per questo che in India il silenzio è considerato l’ambiente privilegiato per l’insegnamento della saggezza».
È ovvio che in questo testo del 1966 Abhishiktananda consegnava un ideale altissimo del sacerdozio, ma per lui era la misura stessa dell’India perché «il sacerdote che l’India aspetta, che il mondo aspetta» è anche «il sacerdote che l’India sente, che il mondo sente». Non sorprende che, da giovane vescovo di Benares, Patrick D’Souza (1928-2014) abbia cercato di convincere Abhishiktananda a raggiungerlo sulle rive del Gange per aiutarlo a fondare un “seminario pilota” che formasse preti capaci di essere ascoltati dai loro fratelli indù. Soprattutto, questo ideale del prete come maestro spirituale è stato vissuto in modo molto commovente da Abhishiktananda alla fine della sua vita insieme ai suoi discepoli: due bramini indù, Lalit Sharma e Ramesh Srivastava, suor Thérèse, una carmelitana francese di Lisieux che si unì a lui in India e Marc Chaduc. Nel 1972 confida in una lettera a un amico: «Sarò ad Haridwar con Thérèse; i dieci giorni successivi con Ramesh il giovane indù che legge il Vangelo e che mi ha fatto scoprire per esperienza inspiegabile cos’è il guru per il discepolo. Ciò va ben oltre la direzione spirituale e persino la paternità naturale o addirittura spirituale».
L’avventura più bruciante di Abhishiktananda come guru è stata vissuta con Marc Chaduc, seminarista francese arrivato in India nel 1971. Marc è stato colui che ha raccolto più di chiunque altro l’eredità spirituale del suo maestro. Il 30 giugno 1973, durante un diksha ecumenico nel Gange a Rishikesh, fu introdotto nel lignaggio dei sannyasi indù da Swami Chidananda della Divine Life Society e nella tradizione dei monaci cristiani da Henri Le Saux. Misteriosamente, questa data del 30 giugno 1973 era il giorno in cui avrebbe dovuto ricevere l’ordinazione presbiterale con i suoi compagni di seminario in Francia, ma l’India lo aveva portato su un’altra strada, anche se Abhishiktananda sperava ancora che un giorno sarebbe diventato un prete:
«Il sacerdozio? Ho l’impressione che ti stia aspettando sulla linea del tempo. Un sacerdozio molto spiritualizzato, ben oltre i limiti, un sacerdozio nello Spirito. Questo tuo dono a questo sacerdozio, questo diksha del Gange significherà questo e lo Spirito, a suo tempo, a suo modo, gli risponderà».
Marc Chaduc (1944-1977), divenuto Swami Ajatananda, non divenne mai sacerdote ma, nella sua silenziosa vita di sannyasi, portò all’incandescenza quello che era il nucleo del sacerdozio di Abhishikt-ananda: il «quaerere Deum», «cercare Dio e lasciarsi trovare da lui». La misteriosa scomparsa fisica di Marc, quattro anni dopo la morte del suo guru, può essere anche letta come l’illustrazione della necessaria dimensione nascosta nel cuore del sacerdozio e di tutta la vita cristiana:
«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. […] Infatti siete morti e la vostra vita ormai è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1.3).
Infatti, per Abhishiktananda, il prete, come tutte le vere persone spirituali, è un essere che, in un certo senso, rimane segreto. Questa idea sorprendente significa che il mistero del suo incontro con il Dio vivente deve evitare ogni pubblicità e essere manifestato e donato con generosità solo a coloro che si avvicinano a lui con un’autentica sete spirituale. Ciò che è in gioco qui è un vero riconoscimento di cui la tradizione indù dice: «Quando il discepolo è pronto, appare il guru». Così, a proposito del «sacerdote che l’India aspetta, che il mondo aspetta», Abhishiktananda poteva anche scrivere:
«Senza dubbio c’è già stato qualche volta, questo sacerdote, in India come nel mondo; raramente è sul piedistallo, tranne quando Dio vuole scuotere la sua Chiesa; il più delle volte è nascosto, ignorato, tranne che da pochi, da coloro nei quali lo Spirito ha fatto la sua dimora, e che, quasi istintivamente, guidati da questo stesso Spirito, vanno a lui».
Il grande inno vedico al Purusha – l’uomo primordiale – afferma che: «Per tre quarti il Purusha si elevò in alto, il quarto rimase quaggiù» (Rg Veda X, 4). Questa minuscola manifestazione terrestre dell’Assoluto può farci pensare agli iceberg dove la maggior parte del ghiaccio è nascosto nell’acqua. Lo stesso vale per il sacerdozio nello Spirito, la cui essenza – la contemplazione del mistero divino attraverso il silenzio e la preghiera, il «quaerere Deum» – deve rimanere nascosta per essere l’anima stessa della sua azione nel cuore del mondo. Questo era il messaggio del sacerdozio di Abhishiktananda:
«Il monaco scompare, passa nel mistero. Il sacerdote svela questo mistero. Ma chi può davvero rivelarlo senza perdersi in esso?»2.
[1] Per gentile concessione dell’editore e dell’autore. Questo testo è apparso anche nel volume Portraits indiens, Médiaspaul, 2022.
[2] P. Yann Vagneux ha da poco pubblicato presso le edizioni Arfuyen (2022) la corrispondenza tra p. H. Le Saux e sr. Thérèse de Jésus, monaca del Carmelo di Lisieux, partita per l’India al suo seguito e divenuta poi eremita. (Vedi le copertine dei due volumi a p. 14).
Sul filo della storia, «Maria ha serbato queste cose nel suo cuore»
6
Arte e liturgia
Dom Ruberval Monteiro, osb
Monastero della Risurrezione, Ponta Grossa (Brasile)1
Sul filo della storia, «Maria ha serbato queste cose nel suo cuore»
(Lc 2, 19)
Un’immagine silenziosa che parla
Le immagini sono spesso considerate come la “decorazione” di una chiesa, di un monastero, di una casa, di qualsiasi spazio. Invece tutti gli elementi sono in comunicazione continua: niente è neutro! Anche il vuoto dei muri bianchi ha un effetto su di noi, figli del minimalismo, che non è sempre positivo. I primi cristiani utilizzavano abbondantemente le immagini per comunicare il loro contenuto simbolico, che non poteva essere tradotto in concetti2. Una falsa teoria molto diffusa ha fatto credere che i precetti non-iconici della tradizione ebraica impedivano ai primi cristiani di utilizzare le immagini. Al contrario, dei seri studi e delle scoperte archeologiche hanno dimostrato come, nell’epoca greco-romana dei primi secoli della nostra era, quando la comunicazione si faceva attraverso le immagini, sia gli ebrei che i cristiani, da essi influenzati, le utilizzavano al servizio della loro fede e del loro culto3. Essi trasmettevano un accesso esperienziale e non teologico all’ineffabile mistero. In questo breve articolo esamineremo un modulo iconografico che è stato utilizzato nel corso del primo millennio e che è sempre attuale.
Il sarcofago di Pignatta (V secolo) trovato a Ravenna, porta sul suo lato più corto la figura primitiva di una splendida Annunciazione: Maria è rappresentata seduta su una specie di trono, a sinistra, quasi interamente avvolta da un ampio mantello, e si dedica all’arte di tessere un filo teso verticalmente. Davanti a lei, a destra, l’angelo è in piedi, leggermente inclinato verso il centro, con delle ali maestose che creano una specie di mandorla; la sua mano destra sembra tenere un rotolo o un bastone da viaggiatore (le figure sono molto deteriorate) e punta la mano alzata di Maria, mentre la sua sinistra si dirige verso la cesta di vimini che contiene la lana tinta di porpora. Il braccio destro della Vergine è scomparso, ma il segno della sua mano che si sposta orizzontalmente verso l’angelo sussiste.

La Vergine che fila la lana
Questa iconografia si ispira alla tradizione apocrifa secondo la quale Maria, all’arrivo dell’angelo Gabriele, filava della lana per tessere il nuovo velo del Tempio di Gerusalemme:
«Qualche tempo dopo, ci fu un consiglio dei sacerdoti ed essi dissero: “Bisogna far fare una tenda per il Tempio del Signore”. Il sommo sacerdote ordinò: “Chiamatemi delle giovinette senza macchia della tribù di Davide”. (…) Il sommo sacerdote si ricordò di Maria, una fanciulla della tribù di Davide, che era senza macchia agli occhi di Dio.
Così i servitori andarono a cercarle. Essi le fecero entrare tutte nel Tempio del Signore e il sommo sacerdote disse loro: “Gettate la sorte per colei che filerà l’oro e l’argento, il lino fine, la seta, il giacinto, lo scarlatto e la porpora”. La vera porpora e lo scarlatto toccarono a Maria. Ella li prese e tornò a casa sua. (…) Durante questo tempo, Maria prese la lana scarlatta, la filò e ne ricavò un filo. Un giorno Maria prese la sua brocca e uscì per attingere dell’acqua. Ed ecco che una voce disse: “Ti saluto, piena di grazia! Il Signore è con te, tu sei benedetta tra tutte le donne”. Ella si guardò attorno, a sinistra e a destra, da dove proveniva la voce. Tutta tremante, rientrò nella sua casa, posò la brocca, prese la lana viola, si sedette sullo sgabello e la filò (…). Maria terminò di lavorare la porpora e lo scarlatto, e li portò al sacerdote. E il sacerdote la benedisse in questi termini: “Maria, il Signore Dio ha glorificato il tuo nome, e tu sarai benedetta tra tutte le generazioni della terra”»4.
Questo filo appare molto frequentemente nell’arte bizantina occidentale e orientale e non è che dopo il Medioevo che questo particolare sparisce dall’iconografia occidentale pur restando nell’iconografia bizantina. Il problema che si pone è quello del motivo di questo particolare non biblico e del significato della sua ripetizione. Il riferimento al testo degli apocrifi non è sufficiente per giustificarne la rappresentazione, poiché l’arte paleocristiana non cerca di mostrare come le cose erano nel passato (visione storica), ma il loro significato nel presente.

Questo piccolo segno possiede un ricco contenuto. Filare la lana è un gesto molto antico per l’umanità: le differenti fibre della lana sono riunite in un solo filo, grazie al fuso e al gesto delicato delle dita che controllano il numero delle fibre per creare l’uniformità, che è poi avvolta sulla bobina. Quest’attività, molto diffusa tra le donne dell’antico mondo preindustriale, è compresa fin dai primi secoli dai cristiani come un simbolo grandioso del mistero dell’incarnazione, nel quale, per mezzo del movimento circolare sacro del fuso, la materia umana, nel seno della Vergine Maria, diviene il Verbo di Dio fatto carne. Lei tiene nella sua mano il filo imperiale color porpora che ha tessuto: il suo lavora sarà ormai di diventare «l’arte di tessere la carne di Dio» secondo la metafora di Proclo di Costantinopoli († 447). Sul mistero dell’Incarnazione non possiamo esprimerci se non attraverso dei simboli, perché le parole e i concetti umani non possono farlo. Papa Benedetto XVI l’ha detto molto bene:
«L’evangelista Luca ripete più volte che la Vergine ha meditato in silenzio questi avvenimenti straordinari nei quali Dio l’ha coinvolta, “Maria conservava queste cose meditandole in cuor suo” (Lc 2,19); il verbo greco utilizzato symbállousa significa letteralmente “raccogliere, riunire” e suggerisce un grande mistero da scoprire poco a poco»5.
Nel Medioevo occidentale l’iconografia della filatura ha ceduto il suo posto a un’altra immagine molto vicina al gesto artigianale della creazione di un filo: la salmodia! Maria tiene il salterio nelle sue mani e “unisce” la Parola e la vita. Questa “congiunzione” ci fa comprendere che il mistero dell’Incarnazione non è un qualcosa che si è prodotto una volta sola nel tempo, ma che si prolunga nel corso dell’intera vita, quella di Maria, quella della Chiesa e la nostra, seguendo le tappe dell’anno liturgico che ci insegna a riunire – senza escludere nulla – tutte le fibre della nostra storia personale, comunitaria ed ecclesiale, per creare un filo che giungerà fino al velo unico davanti al Sancta Sanctorum. La tenda o il velo simbolizzano la rivelazione di un mistero nascosto6, la porta dell’eternità.

Il lavoro artigianale della filatura “simbolica” degli avvenimenti storici con i salmi, i profeti e il Vangelo, continua il lavoro del Padri della Chiesa, tessendo la storia della salvezza con il loro contributo ai confini del “già e non ancora”.
Lo svolgersi del tempo liturgico ci unifica come esseri umani integrati, in noi stessi e con gli altri, nella trama di una storia che oltrepassa la nostra comprensione man mano che il tempo scorre. Celebrare le feste liturgiche con attenzione, cura e amore è sempre un modo di uscire da noi stessi e di lasciarci condurre fuori di noi stessi, al fine di contestualizzare il nostro proprio percorso personale in un ambito più ampio e dunque ancora più vero. Ogni volta che noi celebriamo una festa o una semplice ora liturgica, così come la recita di preghiere che segnano lo svolgersi dei giorni delle nostre vite, facciamo l’esperienza di far parte di un progetto che è più grande dei nostri sentimenti, emozioni, desideri e frustrazioni. «La liturgia ha un valore terapeutico per tutto ciò che, in noi, rischia di farci ripiegare su noi stessi, di chiudere delle possibilità di espansione e di crescita nella vita»7.
L’iconografia dell’Annunciazione primitiva e medievale si rivela, alla luce della grande tradizione, un simbolo efficace per contemplare il mistero cristologico in se stesso, così come un metodo per una partecipazione attiva alla celebrazione liturgica, vero servizio divino per la nostra unificazione come, e con, il Corpo del Cristo. Dopo tutto, seguendo l’immagine simbolica, è Dio stesso il tessitore divino!
1. Professore di lingua simbolica, arte e liturgia al Pontificio Istituto di Sant’Anselmo a Roma.
2. A. Grabar, «Recherches sur les sources juives de l’art paléochrétien I», Cahiers Archéologiques XI, Paris, 1969, 58-71; A. Grabar, Le vie della creazione nell’iconografia cristiana, Milano, 1983, 5.
3. Cf. P. Prigent, L’image dans le judaïsme du IIe au VIe siècles, Labour et Fides, Ginevra, 1991, 23-42.
4. «Protovangelo di Giacomo» (X-XII), in Apocrifi del Nuovo Testamento, a cura di L. Moraldi, Utet, Torino, 1971, 77-78. [Protovangelo di Giacomo, 10.1-12.1.].
5. Benedetto XVI Omelia per la messa della solennità della Madre di Dio e della 41a giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2008.
6. H. Papastavroup, Le voile, symbole de l’Incarnation - Contribution à une étude sémantique, Cahiers archéologiques 41, Paris 1993, 141-168.
7. M. Semeraro, La messa quotidiana, luglio, EDB, Bologna, 2015, 308.
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