Il giubileo degli abati benedettini nel settembre 2000

Tutti gli abati della Confederazione benedettina, e i loro accompagnatori, hanno vissuto a Roma nel settembre 2000 un Congresso eccezionale. In questo Anno santo, segnato inoltre dalla beatificazione il 3 settembre di Dom Columba Marmion, abate di Maredsous dal 1909 al 1923, era ben opportuno che tutti i congressisti si recassero insieme alle quattro grandi basiliche di Roma per parteciparvi a celebrazioni liturgiche che - riteniamo - sono senza precedenti nella storia della nostra Confederazione.

San Pietro al Vaticano

Fin dalla domenica 3 settembre, tutti gli abati erano riuniti sul sagrato della basilica di San Pietro, non lontano dall’altare dove Giovanni Paolo II presiedeva l’eucaristia dopo aver proceduto alla beatificazione di Giovanni XXIII, di Dom Marmion e di altri tre servi di Dio. Sotto un caldo sole, fortunatamente temperato da qualche nuvola, potevamo ammirare la facciata di San Pietro, accuratamente ripulita e restaurata negli anni 1997-1999, inaugurata da Giovanni Paolo II il 30 settembre 1999 nel corso di una cerimonia conclusasi con uno spettacolo di fuochi d’artificio che hanno acceso tutta la facciata facendo salire verso il cielo una straordinaria esplosione di scoppi luminosi. Beato chi ha avuto la fortuna di assistere a questo eccezionale spettacolo.

Ci ritroviamo a San Pietro lunedì 4 settembre alla fine del pomeriggio per cantarvi i vespri nell’abside della basilica. Ma prima passiamo attraverso la porta santa, tre per tre, inginocchiandoci. Per questa porta, che si apre solo ogni venticinque anni, tutti i cristiani sono invitati ad entrare nella chiesa, ma si vigila a che nessuno esca da questa porta, come a significare che un giorno entreremo nel paradiso senza alcuna intenzione di uscirne. E’ la prima volta che cantiamo l’ufficio in questa abside, normalmente riservata alle Liturgie del Capitolo di San Pietro.

Il cardinale Noè, arciprete della basilica, che testimonia una grande amicizia per i Benedettini e che partecipa alla nostra celebrazione pur lasciando la presidenza al Padre Abate Primate, prende la parola alla fine dell’ufficio per una catechesi fraterna e, come sempre, istruttiva. Ci fa notare che all’entrata dell’abside, sulla sinistra, si trova una grande statua di S. Benedetto (opera dello scultore Antonio Montauti nel 1735): Benedetto che tiene nella mano sinistra un pastorale e la sua Regola tutta aperta sul braccio destro, veglia dunque su tutte le liturgie celebrate in San Pietro.

Il cardinale Noè ricorda anche, o insegna a qualche abate che ha meno familiarità con la storia monastica, che dall’inizio del VII° secolo fino al X°, l’ufficio divino fu celebrato in San Pietro dai monaci benedettini che avevano dovuto lasciare Montecassino saccheggiato dagli invasori discesi dal Nord. I vespri che cantiamo in questo lunedì 4 settembre 2000, all’alba del III° millennio, s’iscrivono dunque in una tradizione benedettina che risale alla fine del primo millennio.

Aggiungiamo qui qualche precisazione su questo servizio liturgico che i figli di S. Benedetto hanno prestato a San Pietro per quattro secoli. Verso il 580, come S. Benedetto aveva preannunciato (Vita, cap. 17), una banda di Longobardi s’impadronì di Montecassino e distrusse il monastero; i monaci poterono fuggire e vennero a rifugiarsi a Roma, dove il papa Pelagio II (579-590) li accolse e li alloggiò dapprima in un piccolo monastero dedicato a S. Pancrazio e situato molto vicino alla sua cattedrale del Laterano.

Molto presto si affidò a una parte di questi monaci la celebrazione dell’ufficio divino in San Pietro al Vaticano. Nel VII° secolo la basilica è fiancheggiata da tre monasteri benedettini: a nord-est, San Giovanni e Paolo; a ovest, dietro l’abside, Santo Stefano il Grande, la cui chiesa, con una navata del IX° secolo e un portale del XII°, fa ora parte del Collegio etiopico, nella Città del Vaticano; a sud-ovest, San Martino di Tours. Nell’VIII° secolo, il papa Stefano II (752-757) aggiunse un quarto monastero, denominato modestamente Santo Stefano il Minore e situato a sud della basilica; il quale rimarrà in vita fino alla fine del XVIII° secolo, cioè fino a quando Pio VI (1775-1799) lo farà demolire per costruire al suo posto la sacristia monumentale che conosciamo. Ma dal X° secolo tutti i monaci di questi monasteri, la cui attività essenziale consisteva nel cantare l’ufficio, si trasformeranno in canonici.

S. Benedetto, presente nell’abside di San Pietro, non ha potuto che rallegrarsi nel vedere e ascoltare i suoi figli, venuti da tutte le parti del mondo, riprendere nell’anno 2000 questa lode vespertina.

 

San Paolo fuori le mura

Martedì 5 settembre, nella mattina, ci portiamo in pullman a San Paolo fuori le mura per celebrarvi, con la presidenza del Padre Abate Primate, una messa di azione di grazie per la beatificazione di Dom Marmion. Numerosi pellegrini, venuti dall’Italia, dal Belgio, dall’Irlanda, dagli Stati Uniti (in particolare la signora Patricia Bitzan, guarita miracolosamente nel 1966 per l’intercessione di Dom Marmion), partecipano a questa messa, nel corso della quale il Padre Nicolas Dayez, successore di Columba Marmion nell’abbaziato di Maredsous, fa in cinque lingue (!) un’omelia molto bella, che prende come punto di partenza la dichiarazione quanto mai opportuna contenuta nell’evangelo del giorno (martedì della 22° settimana): "Tu sei il santo di Dio".

Tutti sanno che la basilica di San Paolo è officiata da una comunità di Benedettini della Congregazione di Montecassino, che abita il vasto monastero adiacente. I discendenti di S. Benedetto sono qui dal VII° secolo, come a San Pietro, ma qui i monaci sono stati preceduti dalle monache. Il più antico monastero del complesso paolino è infatti un monastero di donne, costruito all’inizio del VII° secolo e dedicato a S. Stefano; è soltanto un secolo più tardi, dunque all’inizio dell’VIII°, che un monastero di uomini, dedicato a S. Cesario, fu anch’esso costruito in prossimità della basilica. Questo monastero maschile non tardò ad assorbire il convento femminile; e portò per qualche tempo il nome di S. Stefano e S. Cesario, ma poi non fu più conosciuto che con il nome di abbazia di San Paolo, ed è sotto questa bandiera che ha navigato fino ai nostri giorni.

Ricordiamo che è a San Paolo fuori le mura - non nella basilica devastata da un incendio nel 1823, ma nella sacristia - che Dom Guéranger, restauratore dei Benedettini di Francia, fece la sua professione monastica il 26 luglio 1837, dopo un noviziato o meglio un ritiro di quindici giorni. In questo Anno santo 2000, Benedettini di vari paesi e diverse lingue sono venuti a dare man forte ai monaci di San Paolo per amministrare il sacramento del perdono ai numerosi pellegrini che vengono a domandarlo.

 

San Giovanni in Laterano

Nel pomeriggio dello stesso martedì 5 settembre, abbiamo proseguito il nostro periplo giubilare andando a cantare i vespri nella basilica di San Giovanni in Laterano, che è la cattedrale di Roma. Passando per la porta santa, siamo entrati nella vasta navata, dove siamo stati accolti dai dodici Apostoli, le cui statue monumentali, recentemente restaurate, poggiano sui pilastri della navata stessa.

Anche qui siamo in un luogo in cui i discepoli di S. Benedetto hanno a lungo celebrato l’ufficio divino. Due monasteri sono stati costruiti a fianco della basilica. Il primo, dedicato a S. Pancrazio, sembra sia sorto pochissimo tempo dopo la morte di S. Benedetto, e sarebbe dunque la più antica abbazia benedettina di Roma; è qui - l’abbiamo già visto - che si rifugiarono i monaci di Montecassino cacciati dai Longobardi; questo monastero era situato a sud della basilica, e il chiostro attuale di San Giovanni in Laterano, che data dell’inizio del XIII° secolo, occupa lo spazio dell’antico chiostro benedettino. L’altro monastero, dedicato agli apostoli Andrea e Bartolomeo, fu fondato dal papa Onorio I° (625-638). Era situato in prossimità del battistero, e si può vedere ancora la sua piccola chiesa di fronte alla porta d’ingresso dell’ospedale San Giovanni. Questi due monasteri, i monaci dei quali cantavano l’ufficio, alternativamente o simultaneamente, nella cattedrale del Laterano, persistettero fino al X° secolo. In quest’epoca, i monaci abbandonarono la Regola di S. Benedetto per adottare l’osservanza canonicale. Il Capitolo dei canonici di San Giovanni in Laterano è dunque il lontano successore dei Benedettini, e qui ancora ci siamo riallacciati a un’antica tradizione venendo a cantare i vespri nella cattedrale di Roma.

 

Santa Maria Maggiore

Infine, la sera di venerdì 8 settembre, nella festa della Natività della Vergine Maria, gli Abati sono venuti nella basilica di Santa Maria Maggiore sul colle Esquilino. Sono entrati attraverso la porta santa, e hanno cantato i vespri della festa. Il servizio della basilica è affidato ai canonici del Capitolo, aiutati dai Domenicani per il sacramento del perdono. Ma dall’VIII° al X° secolo, troviamo qui ancora i Benedettini. C’erano intorno alla basilica tre monasteri, di cui uno dedicato a S. Andrea, un altro ai SS. Cosma e Damiano, e il terzo ai SS. Lorenzo e Adriano. Si potrebbe fare la storia di questi monasteri, ma risulterebbe troppo lungo.

Concludiamo piuttosto dicendo che gli abati e gli altri monaci che, venendo da tutte le latitudini e rappresentando tutta la Confederazione benedettina, hanno partecipato al Congresso di questo anno 2000, hanno certo effettuato il pellegrinaggio ad limina apostolorum, alla soglia delle basiliche degli apostoli Pietro e Paolo, così come alla cattedrale di Roma e a una delle più antiche chiese dedicate alla Vergine Maria; ma nello stesso tempo sono venuti a celebrare la liturgia, eucaristica o vespertina, nei santuari in cui, molto presto dopo la morte di S. Benedetto e per parecchi secoli, l’ufficio divino è stato pregato da comunità benedettine. Se i monaci hanno interrotto il loro servizio in questi luoghi alla fine del I° millennio, altri monaci lo hanno ripreso, almeno per qualche giorno, all’alba del III° millennio.

Sant’Anselmo, 8 settembre 2000

Philippe Rouillard osb

vice-postulatore della causa di Columba Marmion