Dom Jean-Pierre Longeat, osb
Presidente dell’AIM

L’accompagnamento
secondo la tradizione benedettina

 

JPLongeat2018Il presente bollettino ci fornisce un’eco della sessione che ha avuto luogo in Vietnam nel febbraio 2016 sul tema dell’accompagnamento spirituale. Ci sembra importante fornire qui qualche riferimento a mo’ di introduzione su questo aspetto della tradizione benedettina.

La nozione di accompagnamento è importante a più livelli. Innanzitutto, nella prospettiva cristiana è proprio della condizione di discepolo l’essere accompagnato. Nessuno si realizza da solo.

Ne segue che il primo accompagnatore è Dio stesso. Lo è attraverso il Cristo e nello Spirito Santo. Il discepolo, a immagine del Cristo, viene dal Padre e al Padre ritorna. In questo cammino è ispirato da quel soffio divino chiamato anche paracletos, ossia colui che è stato chiamato presso un altro per accompagnarlo, come un avvocato. Vi è quindi una dimensione pasquale in ogni accompagnamento spirituale: si tratta di non rinchiudersi in se stessi e di accettare lo spogliamento dalle nostre illusioni per vivere secondo Dio. Questo non rinchiudersi, questo spogliamento è una forma di perdita di ciò che si crede di essere, ma che non è che un’apparenza, al fine di divenire ciò che si è in verità, a partire dal più profondo di sé, là dove Dio ha posto la sua dimora. Lo spogliamento di tutti gli strati che ricoprono la fragilità della nostra nudità è un cammino particolarmente esigente. Ma questa esigenza apporta una felicità senza prezzo, che permette di vivere un cammino da discepolo, da servitore amante, attento a se stesso e a tutti, e totalmente rivolto verso la propria fonte, la propria crescita e il proprio compimento in Dio.

Siamo ben distanti da un accompagnamento di tipo psicologico. Come mostra in un articolo p. Marie-Dominique Pham Van Hien (cf. Bulletin AIM 2018, n. 115 a p. 21), l’accompagnatore è innanzi tutto uno che desta alla presenza del Dio Trinità ciascuno di coloro che a lui si sono affidati. Ovviamente l’apporto della psicologia può essere necessario in diverse circostanze, ma non è l’ultima parola dell’accompagnamento spirituale.

Quando i candidati sono molti e mancano formatori di qualità è assolutamente necessario mostrare più precisamente cosa è in gioco nell’ambito dell’accompagnamento delle persone.

Non si tratta qui di inorgoglirsi di un “metodo” benedettino, che di fatto non esiste in quanto tale. Lo stile benedettino risponde bene a certe sensibilità, a certi temperamenti; altri si troveranno meglio con differenti proposte. Ma è altrettanto importante che l’esperienza benedettina ribadisca la propria originalità e venga proposta a molti nel quadro dei nostri monasteri. Si tratta di essere coscienti della ricchezza di quest’insegnamento e di saperne trarre profitto non soltanto per i monaci e le monache, ma anche per coloro che li circondano.

Chi dice accompagnamento dice impegno a vivere le differenti dimensioni della persona umana. Si tratta innanzi tutto di una esperienza da vivere in comune più che di un insegnamento da distribuire come somma di nozioni. Sarebbe anche bene, nel quadro di un accompagnamento benedettino, lasciare un tempo relativamente lungo, ad esempio quello del postulandato-noviziato, per concentrarsi sulla condivisione di quest’esperienza all’interno di una comunità. Quest’esperienza potrebbe essere riletta e valutata in modo permanente.

Ecco dunque qualche tratto secondo cui quest’esperienza deve essere vissuta.

 

1. Ascolto

Nessuno resterà sorpreso che la dimensione dell’ascolto sia qui indicata come primo criterio di accompagnamento. Si sa che la Regola di san Benedetto si apre così:

«Ascolta, figlio, gli insegnamenti del tuo maestro, apri docile l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri i consigli di un così buon padre e impegnati con vigore a metterli in pratica» (Prol. 1).

LongeatRengoQuesto ascolto non è semplicemente quello di un orecchio esteriore, ma quello del cuore. Il cuore di cui si parla qui non è quello della dimensione affettiva, ma quello profondo da cui sgorga la fonte della vita secondo Dio. È il cuore di cui parlano la Bibbia e la letteratura cristiana dei primi secoli.

L’accompagnamento di colui che vuole seguire il Cristo nella vita monastica consiste innanzitutto nell’aiutarlo a prendere coscienza di questa dimensione di ascolto interiore. Essa riguarda tutte le dimensioni della vita, dallo scambio nella relazione umana o nel lavoro fino al silenzio della preghiera contemplativa, passando per la lettura e la preghiera liturgica.

Se quest’ascolto fosse al centro delle nostre vite, le difficoltà non avrebbero il medesimo peso; sarebbero affrontate con maggior distacco. Come affinare quest’ascolto? Come praticarlo affinché divenga naturale?

Innanzitutto l’attenzione. Essa è a volte attiva, a volte tranquilla. Il suo punto essenziale di ancoraggio risiede nel cuore. Il cuore riguarda l’insieme della persona che percepisce ciò che ci circonda a partire dalla fonte vitale mediante la quale Dio ci consegna la sua vita. Di fatto, è il punto da cui scaturisce l’energia divina in noi; nella Genesi è designata come il soffio creatore infuso nel corpo umano al momento della creazione dell’uomo. C’è da augurarsi di essere attenti a questa percezione del profondo nella vita ordinaria. È a partire da una tale attenzione interiore permanente che una madre si fa vicina ai suoi bambini e alle realtà che li circondano. Nel linguaggio biblico questa attenzione primordiale prende il nome di “misericordia”; si sa che in ebraico la radice del termine che traduce tale realtà evoca l’utero, questo ricettacolo vitale così prezioso; simbolicamente, il cuore è proprio là. Lì vi è una possibile apertura a tutta l’esistenza. Quando si perviene a una tale attenzione, nascono in noi dei sentimenti di pacificazione, di tranquillità, di dolcezza che sono totalmente inattesi e pertanto ben presenti.

Dimorando in questo sentimento di pace, radicato nel più profondo di sé, ascolto la Parola di Dio, vivo la liturgia, lavoro con le mie mani, sono attento a coloro che mi parlano senza tentare nemmeno per un istante di rinchiudere tutto ciò nei miei soli pensieri. Come dice san Benedetto, ricevo, accolgo volentieri. È importante coltivare questa attenzione nel cuore senza pregiudizi.

Delle rappresentazioni, delle costruzioni immaginarie nascono in me, ma io non mi ci attacco troppo velocemente, non sono che materiale che lavora nella mia memoria e che mi sarà successivamente utile quando dovrò fare delle scelte nutrite attraverso una larga gamma di possibilità.

Custodendo me stesso nel cuore, l’importante è dare tempo fino a quando giungerà il giorno di esprimere ciò che scaturisce dalla fonte della Vita emergente in me da parte di Dio. A tal fine, mi sforzo di rimanere in una presenza attenta su un fondo di silenzio.

Poi viene il momento in cui posso formulare qualcosa, sia nella preghiera che nella conversazione. Lo faccio con totale apertura, come un riflesso, una proposta e non come una affermazione perentoria. Attraverso la mia maniera di esprimermi mostro chiaramente che è una semplice proposta, un immaginario che chiede di essere migliorato e che, proprio per questo, è necessariamente emendabile. Questo non mi impedisce di formulare delle convinzioni e anche di dar prova in certe occasioni di fermezza, se necessario, ma non si tratta mai di posizioni rigide in rapporto alle quali non sarebbe esprimibile nient’altro.

Con l’esperienza, l’ascolto profondo ci conduce innanzi tutto a dar sempre più fiducia a ciò che si “dice” nel cuore. Questo diviene progressivamente naturale, semplice, disponibile. Percepisco progressivamente che là è il luogo di nascita della Vita come Dio ce la consegna. Le meditazioni e le situazioni esteriori rivelano in me questo insorgere della vita, dell’amore, legate alla presenza di Dio in noi.

Posso fare questa esperienza in ogni momento. È più facile raffinarla in circostanze come il contatto con la natura o l’attenzione durante la lettura o nell’ascolto della musica, ad esempio, al fine di prepararsi a vivere nella relazione tanto con Dio che con i nostri fratelli e sorelle in umanità.

Concretamente, quando la mente si mette a commentare ciò che percepisco, lo individuo più facilmente, mi sforzo di non attaccarmici troppo velocemente. Ritorno dolcemente in tutta semplicità al luogo del cuore, e vi rimango. È un lavoro lungo di trasformazione, di conversione.

 

2. Obbedienza

Come si sa, il termine obbedienza viene proprio dal verbo audire, ascoltare. Il verbo latino che traduce oboedire viene da ob-audire, ascoltare sotto. È a partire da questo ascolto profondo, come dice la Regola di san Benedetto, che si può attuare, in parole e opere, una concreta ed efficace messa in opera.

Siamo qui ben lontani da un’obbedienza controllata, secondo l’espressione comune. Si tratta invece di un’attenzione attiva, una percezione viva che trasmette energia al fine di rispondere il meglio possibile a ciò che è stato percepito. Riconosciamo qui l’obbedienza di Cristo così come ce la presenta il Nuovo Testamento. La volontà che si impegna in quest’obbedienza non è affatto ripiegata su chi la compie, ma rivolta verso colui che essa tenta di raggiungere.

Concretamente, come si realizza tutto ciò nella relazione umana?

Nella formazione, dopo aver esposto una proposta, può seguire uno scambio con delle domande di chiarimento, di comprensione tanto da parte di chi riceve la proposta che di chi la consegna. Tutto ciò vale sia per chi è in posizione di insegnamento che per chi deve essere accompagnato spiritualmente.

Una tale pratica renderà innanzitutto coscienti che non possiamo comprendere l’altro immediatamente. Ciò diverrà progressivamente importante nell’ascolto e nel dialogo. È quindi necessario il silenzio, perché mi offre uno spazio in cui mi tengo alla presenza dell’altro senza giudicarlo, senza farmi delle rappresentazioni di lui, soprattutto a partire da ciò che di lui conosco, da ciò che già avevo vissuto con lui. Lo vedo come una pagina bianca. Pongo la mia attenzione nel cuore e faccio tacere tutto ciò che vorrebbe riempire lo spazio. Mi baso sul fatto che l’altro è infinitamente differente da ciò che io posso avvicinare di lui. Proprio come me, l’altro possiede una infinita possibilità di aspetti non detti, non consapevoli.

Di fatto, durante l’ascolto, io posso unicamente percepire ciò che c’è in me; io vedo l’altro attraverso la forma che sono. Entrare in relazione spinge a desiderare di uscire da questa forma per tentare di scoprire un po’ dell’altro. Il modo di realizzare questo si rivela essenziale. Le domande e le risposte ci portano a delle nuove rappresentazioni transitorie… fino al momento in cui verrà presa una decisione quando verrà realizzato l’accordo, proprio come avviene per gli strumenti musicali. Un processo senza fine e davvero appassionante!

 

3. Silenzio

La Regola di san Benedetto insiste molto sulla virtù del silenzio. Certamente ciò non ha nulla a che vedere con il mutismo. È un silenzio di attenzione che permette l’affinamento dell’ascolto nella germinazione e nella crescita della parola, come un chicco gettato in terra che cresce senza che nessuno sappia come. Un tale silenzio può divenire progressivamente accessibile nel modo più permanente possibile, al fine di entrare in relazione con Dio e con gli altri a partire da lui e di sviluppare la vita in noi e tra noi, in un modo corretto.

In un primo tempo, il fatto di entrare in questo silenzio permette di dissipare a poco a poco le maschere di cui siamo rivestiti.

LongeatNwMellerayIn un secondo momento si prende coscienza che la mente, che peraltro è una risorsa, diviene più pertinente, più efficace se la si spinge in questa immensità silenziosa. Il buon uso delle nostre capacità si realizza nel saper lasciare che si fecondino reciprocamente la mente e il silenzio.

L’aspetto più prezioso in tutto questo è giungere a un uso sempre più quotidiano dello spazio interiore. Come giungere a dilatarlo, scoprendone le energie, le capacità di manifestazione.

Sono chiamato a rimanere in questo silenzio e, allo stesso tempo, senza abbandonarlo, devo tenermi alla presenza di ciò che emerge da esso. Possono essere sensazioni, sentimenti, immagini, pensieri e atti razionali. Questo silenzio risveglia in noi la gioia di un atteggiamento spogliato di ogni velleità. È in questo spazio che può accadere la Presenza essenziale in un modo molto intimo.

In un tale approccio, si potrebbe dire che l’ostacolo maggiore è la paura della manifestazione di tale intima Presenza: paura di morire a se stessi, paura di essere spossessati dei propri sentimenti, delle proprie emozioni, dei propri pensieri o volontà per essere disponibile a qualcosa di sconosciuto che mi tiranneggi con le sue proprie forze. Ma, distanziandosi da tutte queste paure, al contrario è bene ricercare l’attrazione di questa Presenza per consegnarsi nella fiducia, nella fede e farne il proprio fondamento. È ciò a cui il Cristo risorto ci incoraggia quando, manifestandosi ai propri discepoli, non cessa loro di dire: «Non abbiate paura».

 

4. Vivere la Presenza

Dopo un lungo cammino, è possibile credere che questo ascolto attento nel silenzio ci apra veramente alla Presenza essenziale che si manifesta in noi come una fonte di vita. Per noi, credenti, è la presenza di Dio. Quando la si riconosce, suscita in noi un sentimento di pace, ma anche di lucidità sulla distanza che ce ne separa. «Dio è là e io non lo sapevo», diceva il patriarca Giacobbe dopo il passaggio del guado dello Yabboq. A questa lucidità la tradizione spirituale dà il nome di “timore del Signore”. Lungi dall’essere una paura paralizzante, è piuttosto la coscienza di vivere alla Presenza di colui che ci ama e che amiamo al di sopra di tutto. Il desiderio allora ci spinge a far in modo che noi stessi siamo presenti a questa Presenza. Vi è là come un riflesso dell’amore che orienta tutta la vita. Una vita radicata nell’ascolto, nell’apertura all’altro diverso, attraverso una condivisione di Presenza.

È veramente capitale nella formazione permettere questa coscienza viva che, come dicevano gli antichi, è la base della saggezza; è il primo gradino di una vita giusta. È ciò che tradizionalmente viene chiamata “l’umiltà”.

 

5. L’umiltà

La nostra condizione di creature generate dalla terra e dall’acqua attraverso il lento processo dell’evoluzione ha di che nutrire in noi una forma d’umiltà. Per di più, noi non conosciamo praticamente nulla di ciò che ci costituisce. Tentiamo costantemente di valutare la nostra condizione, ma le rappresentazioni che ci facciamo restano ben al di là della realtà. Nessuna di queste rappresentazioni è giusta in sé; non sono che dei tentativi d’avvicinamento. E la mia non è migliore di quella degli altri.

L’umiltà consiste nel riconoscere innanzi tutto la rappresentazione che ci si fa dell’altro e di se stessi. Questo riconoscimento permette di relativizzare ciò che si ritiene assoluto e di non temere di scambiare le ricchezze e perfino le debolezze che sono nell’altro e in noi stessi. Perché questo svelamento fa parte dello scambio umano come una via molto preziosa d’accesso all’altro.

Gli indizi che san Benedetto offre nella sua Regola sul tema dell’umiltà accompagnano questo processo per riconoscervi la grazia del Cristo offerta al mondo.

Innanzi tutto, vivere alla presenza di Dio (primo gradino).

Rinunciare a ogni volontà ripiegata su se stessa; vivere piuttosto il rapporto delle volontà come la grazia di un vero scambio di relazione con altri (secondo gradino).

Obbedire nel senso di un ascolto di attenzione e rimanere in questo atteggiamento in ogni circostanza (terzo gradino).

Essere paziente quando questa si presenta male, quando si prendono dei colpi, quando si è obbligati a fare assolutamente delle cose che si potrebbero fare altrimenti se si fosse da soli a decidere (quarto gradino).

Custodire la possibilità di parlare liberamente con qualcuno che ci aiuti a restare al livello del cuore profondo. È ciò che viene giustamente chiamata l’apertura del cuore nell’accompagnamento spirituale (quinto gradino).

Riconoscere in sé il divario tra la realtà e il desiderio profondo che dovrebbe essere la nostra vera guida (sesto gradino).

Riconoscere anche che non si è migliori degli altri, con una grande apertura di cuore verso l’altro (settimo gradino).

In questo contesto, si diviene capaci di fare ciò che è necessario nel luogo in cui si vive, secondo i costumi locali. Non si cerca a ogni costo di autogiustificarsi per imporre il proprio modo di vedere (ottavo gradino).

Alla fine, è tutta la vita del monaco che si appoggia su quest’esperienza radicale. La vita che sorge da un tale radicamento non manca di forza né di originalità (nono-dodicesimo gradino).

Si riconosce qui l’atteggiamento del Cristo che lascia passare in lui la vita che egli riceve dal Padre suo e la compie senza accaparrarla per se stesso, lungo tutto il suo percorso e perfino nella sua morte. Il Cristo è il Vivente per eccellenza grazie all’autorità interiore della propria umiltà.

 

6. La preghiera

Tutto ciò che si è detto costituisce già un movimento di preghiera. Mettersi in ascolto, inclinare l’orecchio del proprio cuore, nel più profondo silenzio interiore, vivere nella Presenza essenziale e rimanere disponibile per una condivisione di relazione nell’obbedienza e nell’umiltà: non è questo il cammino di una supplica, di una lode e di un’azione di grazie? Dio, nostra fonte di vita, ci dona tutto ciò che è, noi lo riceviamo nel più profondo di noi e senza riservare questo dono per noi soli, lo viviamo nella comunione fraterna.

San Benedetto insiste nel prologo della sua Regola: «Ogni volta che ti accingi a fare qualcosa di bene, chiedi al Signore con ferventissima preghiera di portarlo egli stesso a compimento». In effetti, non si può vivere nulla di veramente autentico senza questa riconoscenza per quanto viene dalla fonte divina e ispira le nostre esistenze. Ecco perché la vita non può essere che preghiera.

I monaci si inseriscono nel movimento della preghiera perpetua tanto a livello personale che comunitario. Praticano l’ascolto nella lettura della Parola di Dio giorno dopo giorno e in mille maniere. Quest’ascolto li conduce a sperimentare il silenzio del cuore per essere pienamente disponibili alla presenza di Dio che si rende attiva. Sono anche pronti a vivere ancora questa stessa preghiera al cuore della vita fraterna nell’obbedienza e nell’umiltà.

La liturgia declina queste differenti dimensioni come una pratica comunitaria. Non è un esercizio a parte, ma un modo di sviluppare una vita alla presenza di Dio al cuore stesso della comunione fraterna.

 

7. Il lavoro monastico

Così tutta la vita del monaco diviene un lavoro, un’ascesi (il termine ascesi significa esercizio, allenamento) di attenzione per vivere nella Presenza essenziale. Si potrebbe dire che tutto, in una tale vita, diviene impegno di rinascita. Le attività di servizio e quelle del lavoro remunerato si iscrivono in un tale programma.

Certamente, bisogna lavorare per vivere e nessuno può sentirsi dispensato da una tale preoccupazione. La vita monastica è occupata per numerose ore dal lavoro pratico, ogni settimana. Nessuno può addurre a pretesto che sarebbe entrato in monastero senza dover lavorare. Quale che sia l’attività del monaco, tutta la sua vita è un lavoro. È un lavoro di conversione per far sì che, tutto rivolto verso Dio e verso i suoi fratelli e sorelle in umanità, il monaco divenga realmente ciò che è, perdendo tutti i suoi rivestimenti illusori.

L’accompagnamento spirituale consiste nell’essere presente come un fratello più grande su questo cammino di conversione, vivendo in se stesso tutte queste dimensioni e condividendole. È un cammino pasquale, l’esigenza non è di scarso rilievo.