Suor Catharina Mazzarelli, ocso
Priora della comunità di Nostra Signora della Speranza
(Macao)

Visione dell’Ordine per il XXI secolo

 

Questo testo è frutto di una riflessione comunitaria, di una discussione e degli scritti di ogni sorella, riuniti in seguito in un unico documento.

 

La nostra missione evangelica

SrCMazzarelliIl Vangelo ci fornisce le chiavi per seguire Cristo: il primato dell’amore di Dio e la necessità di amare Dio nel prossimo. Ogni cosa ha senso nell’amore quando Dio è al primo posto, anche un bicchiere d’acqua. Siamo chiamati a rendere testimonianza di questa ricerca costante di Dio, di un amore unico e indivisibile per Cristo e per il prossimo, in un impegno assoluto per la crescita del suo regno.

L’umanità è persa in una rete di non-valori per la mancanza di punti di riferimento. Monaci e monache che vivono in comunità, uniti nell’amore di Dio, possono testimoniare che l’adesione a Cristo può veramente unificare le vite in Dio integrando tutte le facoltà, purificando i pensieri, spiritualizzando i sensi, nel crogiolo della perseveranza. In breve, i monaci testimoniano che c’è speranza, che esiste un senso e che Dio esiste. Come dare questa testimonianza nel XXI secolo?

«Siamo messi di fronte a una chiamata alla conversione. Ci troviamo in un momento in cui siamo chiamati ad assumere nuova consapevolezza della nostra situazione, a cercare le radici spirituali dei nostri problemi, ad ammettere i nostri sbagli e a porci delle domande. […] La nostra motivazione nel trasmettere il carisma cistercense alle nuove generazioni deve essere più forte del desiderio delle singole comunità di sopravvivere nella loro situazione attuale»1.

Troviamo una bellissima meditazione su questa chiamata alla conversione a un impegno monastico più intenso nella lettera della Pentecoste 2017 di dom Mauro-Giuseppe Lepori, ocist:

«Queste infedeltà sono spesso l’esito estremo, a volte tragico, del rifiuto di vivere la nostra vocazione accettando di rinunciare per Cristo ai beni, agli affetti, ai propri progetti, alle proprie comodità, al proprio orgoglio. […] Cristo non ci chiede altro o di più che ciò a cui ci ha chiamati: la rinuncia a noi stessi e a tutto per lui. Ed è proprio questo che ripara e riedifica la nostra casa, l’Ordine, la Chiesa, e anche la società in rovina […].

La rinuncia per corrispondere all’amore di Cristo non è mai negativa, non è una diminuzione, perché apre al dono della libertà di amare, di dare la vita. Ed è questa la perfezione, il compimento di ogni vita e vocazione. […] Gesù non ci chiede mai di rinunciare se non per preferire lui, il Signore della vita».

Troviamo alcune domande nella visione globale del Capitolo Generale dell’Ordine del 2002, che rimangono sempre attuali:

«Dio vuole agire attraverso di noi, perché incarniamo il suo amore nel mondo di oggi […]. Dio vuole essere presente nel mondo in noi e attraverso noi. Come ci lasciamo fare da Dio in questo momento della nostra storia? Siamo consapevoli della nostra missione? Come lasciamo che si incarni l’amore di Dio nelle nostre comunità? Come è comunicato questo amore attorno a noi?».

Nella Vultum Dei quaerere la Chiesa ci dice cosa si attende da un ordine contemplativo:

«Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani. Siate fiaccole che accompagnano il cammino degli uomini e delle donne nella notte oscura del tempo. […] Indicateci Colui che è via, verità e vita, l’unico Signore che offre pienezza alla nostra esistenza e dona vita in abbondanza (n. 6).

[…] Le vostre comunità o fraternità siano vere scuole di contemplazione e orazione. Il mondo e la Chiesa hanno bisogno di voi, come “fari” che illuminano il cammino degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questa sia la vostra profezia» (n. 36).

 

La nostra visione prende corpo in seno alla nostra realtà

In questa epoca di globalizzazione, quando la cultura del relativismo diventa la globalizzazione dell’indifferenza, l’unità della famiglia diventa praticamente impossibile. Molti giovani soffrono l’assenza della vita familiare e di valori familiari. C’è una fame di amicizia, di amore, di attenzione, di misericordia e di rispetto. I giovani vivono in un mondo così competitivo che li porta a disperarsi. Non sanno chi sono né la loro ragione di vita. Cercano un senso alla loro esistenza e desiderano vedere la bellezza dell’unità e dell’amore; vogliono trovare qualcuno di veramente credibile, qualcuno che faccia quello che dice, una persona integra in cui possano credere e che possano seguire.

All’interno di questa cultura, siamo chiamati a incarnare l’umanesimo cristiano e a essere autentiche famiglie di Dio, testimoni viventi di Gesù gli uni per gli altri. Siamo fratelli e sorelle, ci apparteniamo l’uno all’altro e apparteniamo alla comunità. Il supporto reciproco fa sì che la volontà di Dio si compia in ciascuno di noi. Ci aiutiamo a vivere sulla strada della santità, soprattutto nell’obbedienza della fede, come modalità concreta di vita. La nostra vita è fatta di numerose scelte, che ne siamo consapevoli o meno, perché siamo un solo corpo e le nostre scelte hanno un’influenza sugli altri. Impariamo insieme la solidarietà, a lasciare spazio agli altri, ad avere compassione, a imparare dai nostri sbagli. Ma alla scuola del servizio del Signore, impariamo che non basta servire o portare a termine il proprio lavoro. Siamo creati per vivere in relazione, per vivere come Chiesa. Non basta pregare l’ufficio divino sette volte al giorno come figli e figlie di Dio. Dio vuole che viviamo la figliolanza di Cristo in modo concreto attraverso la presenza di un vicario di Cristo, un padre spirituale, una madre spirituale che consenta di obbedire e che sia una sfida per crescere. L’obbedienza filiale non è semplicemente fare ciò che ci è chiesto ma ciò che ci permette di entrare nella vita divina e nel suo piano di redenzione: la comunione con lui e con tutta l’umanità.

 

La nostra realtà

A Macao siamo una comunità “senza fissa dimora”. Quando abbiamo saputo che la richiesta di concessione di un terreno inoltrata alle autorità locali era stata respinta, umanamente parlando, ci siamo sentite scosse. Ma il vescovo che ci ha comunicato la notizia, con grande misericordia, è stato un autentico sostegno, una presenza di Cristo per noi. «Non turbatevi! Potrete continuare a vivere in questo luogo per il tempo che vorrete. Vi ho promesso di trovare un luogo per il vostro futuro monastero». E la nostra superiora ha risposto: «Abbiamo trovato la nostra stabilità nel cuore del nostro vescovo!». Contemporaneamente, il vescovo ci ha detto di non attaccarci troppo al luogo, perché non era abbastanza grande per noi, ma che quella non era una ragione sufficiente per non accettare nuove vocazioni. Non c’è amore senza sacrificio.

Abbiamo rinnovato il nostro impegno a rimanere là dove eravamo già radicate: nella volontà di Dio, senza conoscere il futuro. In fondo, non è forse la situazione di ogni comunità, di ogni persona? Non abbiamo una città permanente in questo mondo, siamo cittadini del cielo, in cammino verso la casa del Padre.

Quando dipendevano dal lavoro agricolo, i monasteri avevano bisogno di proprietà estese. Nell’era industriale, i terreni sono diventati un lusso, un problema. L’architettura sacra fa parte del nostro carisma e della nostra eredità. Ma quando abbiamo fatto richiesta per il terreno, una delle obiezioni era: perché avete bisogno di tanto spazio, di così tanti locali solo per venti persone, mentre altri vivono in dieci in un piccolo appartamento?

In questo momento della storia, nel quale vi sono tanti rifugiati che non hanno una casa, siamo fortunate ad avere questo piccolo e prezioso luogo. Viviamo in una società molto ricca, ma in solidarietà con i più poveri: niente terreno, niente proprietà, poche entrate, vivendo in affitto senza lo spazio sufficiente per una comunità trappista normale. Siamo missionarie in un paese che rifiuta ogni permesso per concessioni di terreni o per costruzioni a scopo religioso. Le nostre sorelle a Rosary si trovano in una situazione ben peggiore. Vi sono restrizioni simili in altri paesi della nostra regione e forse ce ne saranno sempre più nella società occidentale secolarizzata. Altre comunità vivono in paesi minacciati dalla violenza. Non si tratta più di eccezioni. La vita nel mondo attuale è instabile. Come possiamo esigere una tranquillità che altri non hanno?

Forse l’Ordine è diventato troppo stabile, troppo “accomodato”, troppo sicuro, troppo ricco di beni e allora il Signore ci risveglia a una nuova consapevolezza?

 

Sguardo profetico

La nostra esperienza ci ha insegnato a vivere con uno sguardo profetico sulla nostra realtà. Siamo giunte a capire che non esiste un monastero ideale nel mondo d’oggi. Viviamo nel deserto moderno: vita solitaria, dedita interamente alla contemplazione, in mezzo alla città e al suo rumore, dove le persone vivono, lottano, soffrono, come segno che Dio è molto vicino a loro.

Dunque, la cosa importante non è il luogo. Il luogo in cui viviamo è la nostra comunità come Corpo di Cristo, come regno già presente in mezzo a noi. Quindi, anziché costruire edifici, dobbiamo costrui-re la vita comunitaria attraverso la conversione, la lotta, la morte a se stessi. Dobbiamo rinunciare persino al desiderio di un monastero circondato dalla bellezza della natura per seguire Cristo. Crediamo che il senso della nostra missione supererà tutte le crisi che dovremo vivere. Se amiamo veramente Dio, non possiamo evitare la sofferenza. È la nostra partecipazione al suo sacrificio per la salvezza dell’umanità. Gesù non ci ha mai promesso di liberarci dalla sofferenza, ma, al contrario, ci ha invitati a prendere la nostra croce. È presente per accompagnarci nelle nostre sofferenze e nelle nostre lotte. Non dobbiamo avere paura delle nostre fragilità, delle nostre debolezze. Ciò che la Chiesa ci chiede come contemplative è vivere come testimoni della presenza del Dio vivo, è essere esperte di comunione, mantenendo vive le domande fondamentali della vita umana. Alla scuola del servizio del Signore, impariamo quotidianamente dalla lectio e dalla preghiera a essere strumenti della Parola di Dio. Prestiamo la nostra voce alla preghiera dei salmi, per lasciare che Gesù preghi il Padre attraverso le nostre labbra. La Parola di Dio ci istruisce sette volte al giorno. Nel lavoro, consegniamo il nostro spirito, il nostro cuore e il nostro corpo all’obbedienza, per lasciare che Gesù compia la volontà del Padre in noi. Impariamo da Gesù come piacere al Padre e come essere autenticamente donne. Impariamo a conoscerlo per amarlo sempre più. Nella scuola dell’amore, attraverso la lectio e la liturgia, impariamo la conoscenza pratica, la conoscenza che si muta in amore. Amore che cerca il suo fine, con il desiderio di essere unito a lui. Il nostro modo di vivere predica il vangelo in silenzio. Possiamo viverlo dappertutto.

«La nostra missione come Chiesa è quella di vivere e trasmettere il carisma benedettino dell’umiltà e dell’obbedienza, come l’hanno compreso e vissuto i padri cistercensi, come un cammino concreto verso l’unione mistica con Dio alla scuola dell’amore»2.

 Per fare questo

«abbiamo bisogno di persone e di comunità che si impegnino sulla strada della conversione, della conversatio morum e che rispondano giorno dopo giorno all’esigenza di lasciare tutto per Cristo» (dom M.-G. Lepori).

Ogni anno, migliaia di persone visitano la nostra chiesa che è anche l’ultima tappa della processione verso Nostra Signora di Fatima. Crediamo che la nostra vita, il nostro futuro, il futuro dell’Ordine e del mondo siano nelle mani di Maria, la stella della speranza. Così, la nostra visione è una visione di speranza, vivendo la nostra realtà, abbracciando la nostra vocazione e la nostra missione qui e ora, per la gloria di Dio e la salvezza dell’umanità.

[1] Cf. conferenza dell’Abate Generale al Capitolo Generale 2014.
[2] Documento di lavoro sul Padre immediato, 2017.

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