Dom Armand Veilleux, ocso
Abate emerito di Scourmont (Belgio)

La liturgia nel monastero di Kurisumala

 

Kurisumala è un bellissimo esempio di inculturazione e questo a vari livelli. Lo stile che si vive in questo monastero è il frutto dell’incontro tra la tradizione monastica cristiana, di ispirazione cistercense, con la pratica e lo spirito del monachesimo tradizionale dell’India. In particolare, la vita liturgica di questa comunità è il frutto dell’incontro tra l’esperienza di preghiera di matrice benedettina e la grande tradizione liturgica della Chiesa siriaca, fecondata dalle radici più contemplative della mistica hindu.

 

La celebrazione dell’eucaristia

La Qurbana è la celebrazione dell’Eucaristia secondo il rito antiocheno della Chiesa siro-malabarese. La si celebra in tutto il suo splendore ogni domenica e in tutte le grandi feste del Signore, della Vergine e dei santi. La celebrazione comprende una straordinaria ricchezza di letture della Parola di Dio. Dapprima si legge l’Antico Testamento mentre il celebrante si riveste dei paramenti sacri, così da fungere da rito preparatorio. Si tratta di quattro letture tratte rispettivamente dalla Torah, dai libri storici, dai sapienziali e dai profeti. Durante la prima parte dell’Eucaristia si leggono di seguito tre letture del Nuovo Testamento, la prima tratta dagli Atti degli Apostoli o dalle lettere cattoliche oppure dall’Apocalisse; la seconda tratta dalle lettere di Paolo e la terza dal Vangelo.

Questa celebrazione dura almeno due ore. Nei primi quindici anni della vita del monastero la si celebrava tutti i giorni in siriaco senza mai abbreviarla o semplificarla. Ma risultava difficile mantenere l’equilibrio così importante tra preghiera, lavoro e lectio. All’epoca del Concilio si elaborò una celebrazione eucaristica più semplice per i giorni feriali in lingua malayalam (la lingua del Kerala), integrando abbondantemente i simboli religiosi dell’India. Si tratta della Bharatiya Puja chiamata anche dai visitatori del monastero “messa indiana”. Puja (dalla radice puj che significa venerare, culto) è intimamente legato alla bhakti, il culto di devozione. Si tratta della forma di devozione più antica in India che si celebra quotidianamente sia in modo privato che comunitariamente. Quando viene celebrato comunitariamente è accompagnato dai bhajans, canto di inni intervallato da letture di libri sacri che termina con la distribuzione di piccole porzioni di cibo. La parola «puja» viene utilizzata comunemente nel Tamil Nadu per indicare l’Eucaristia.

Kurisumala2Nella celebrazione della Bharatiya Puja, che viene celebrata seduti per terra, la prima parte utilizza abbondantemente i simboli religiosi indiani: il fuoco, i fiori e l’incenso. Infatti, a motivo della dimensione cosmica propria dell’induismo, il culto hindu usa molto l’offerta alla divinità delle cose buone e belle della creazione. Fiori, incenso e lampade accese sono i segni tradizionali per significare l’offerta di se stessi per arrivare all’unione dell’orante con la divinità nell’amore. Così l’arati è il movimento circolare di una piccola lampada a olio deposta in un nido di fiori e posta dinanzi a una icona sacra. Il gesto viene accompagnato da brevi preghiere, chiamate mantra. Questi mantra vengono ripetuti dai partecipanti che fanno un movimento delle loro mani sopra la fiamma o in direzione di essa, se si trovano lontani, in modo da partecipare così al movimento della luce e portando poi le loro mani sugli occhi. L’incenso viene utilizzato in due modi, o sotto forma di bastoncini, chiamati agarbathi, o in piccoli contenitori di cuoio con manici che si mettono in forma circolare sopra le offerte.

L’anafora conserva tutti gli elementi tradizionali della liturgia orientale: preghiera di introduzione, racconto dell’Istituzione, anamnesi, epiclesi, intercessione, frazione del pane e comunione. Il tutto intercalato da brevi responsori dell’assemblea o da inni.

Prima del congedo, il celebrante invita i membri dell’assemblea a testimoniare Cristo nella vita quotidiana; segue una formula trinitaria di adorazione:

«Om. Adorazione di Colui che esiste in Se-stesso.
Om. Adorazione dell’Uomo-Dio.
Om. Adorazione dello Spirito Santo».
Tutti concludono cantando: «Om. Shanti! Shanti! Shanti! Pace! Pace! Pace!».

 

Un ufficio monastico costruito lentamente

Indubbiamente p. Francis e i monaci di Kurisumala hanno rivelato la loro creatività soprattutto nell’elaborazione della Liturgia delle Ore.

Kurisumala3Al momento della fondazione i monaci avevano a disposizione lo S’himo, il breviario parrocchiale settimanale in siriaco noto con il nome di «Breviario di Pampakuda». Nei primi anni si è utilizzato questo testo. Ma mentre Francis Acharya e i suoi primi compagni, tra cui Bede Griffith, conoscevano molto bene il siriaco, non era lo stesso per i nuovi venuti. A partire dal 1959, p. Bede cominciò a tradurre lo S’himo in inglese e questa traduzione venne pubblicata nel 1965 con il titolo The Book of common Prayer. Si trattava di una traduzione in prosa, piuttosto letterale, e difficilmente utilizzabile così com’era nella preghiera. Questo testo sarà ripreso da p. Francis con una revisione che diventerà l’opera monumentale Prayer with the Harp of the Spirit, the prayer of Asian Churches.

La vita monastica era scomparsa da vari secoli nella Chiesa siriaca dell’India e perciò non si aveva a disposizione una liturgia monastica. D’altronde, nella tradizione orientale non è mai esistito un libro per la Liturgia delle Ore che fosse seguito integralmente da tutti i monasteri e da tutti i fedeli. Ciò che si trovava a disposizione era un’antologia assai ricca di testi tra i quali ogni monastero poteva scegliere per mettere a punto la propria preghiera corale. Fu questo il lavoro intrapreso da p. Francis per il monastero di Kurisumala.

Per questo si mise alla ricerca del Fenqith, una ricchissima e contemplativa raccolta di preghiere e di inni utilizzata in passato dai monaci di lingua siriaca e di cui lo S’himo non era che una versione ridotta ad uso delle parrocchie. Bisogna ricordare che le autorità portoghesi avevano portato avanti, alla fine del XVI secolo, una campagna implacabile di sradicamento del rito siriaco. Al Sinodo di Diamper, nel 1599, erano stati bruciati tutti i libri, le suppellettili e i paramenti che si erano riusciti a trovare. P. Francis riuscì a scovare, dopo aver setacciato tutto il Medio Oriente, a Mosul, in Iraq, sette copie del Fenquith che erano state fatte stampare dai domenicani nel secolo precedente. L’insieme composto da sette grandi volumi in folio, era composto da 4.000 pagine in lingua siriaca. P. Francis passerà una gran parte del resto della sua vita a meditare, selezionare, tradurre in inglese e pubblicare questo tesoro liturgico. I quattro volumi della Liturgia delle Ore di Kurisumala, in inglese, arrivano a 3.000 pagine.

P. Francis non si accontentò di scegliere e di tradurre dei testi siriaci dell’antichità. Compose anche un Ufficio completo per tutte le feste e i tempi dell’anno, conservando la sensibilità mistica e tutta la ricchezza teologica propria della liturgia siriaca. Inoltre, sotto la rubrica Semi del Verbo, introdusse in ogni Ufficio un testo tratto dai libri sacri dell’India. Per far questo non fece altro che seguire l’esempio di Paolo VI che, a Bombay nel 1964, aveva utilizzato una bellissima preghiera tratta dalle Upanishad:

«Dalla non-verità conducimi alla Verità.
Dall’oscurità conducimi alla Luce.
Dalla morte conducimi all’immortalità».

Sin dalla pubblicazione del primo volume, questo lavoro da gigante ricevette i più grandi elogi da parte degli specialisti della liturgia orientale come il prof. Robert Taft, del Pontificio Istituto Orientale di Roma e di André de Halleux, di Lovanio. È questa la liturgia che si celebra attualmente a Kurisumala, in inglese, eccetto le Ore minori e Compieta che sono invece cantate in malayalam.

 

L’anno liturgico

L’anno liturgico nel rito siro-malankarese comincia con la domenica più vicina alla fine del mese di ottobre. L’anno comincia con due domeniche di festa per la chiesa in cui si celebra la memoria della sua dedicazione e del suo rinnovamento. Sono due domeniche di preparazione in cui la chiesa ricorda a se stessa la sua natura di luogo in cui risiede la presenza di Dio: luogo privilegiato dell’incontro con l’umanità. Queste due domeniche sono come un prisma in cui si riflette tutta l’economia della salvezza, dalla chiamata di Abramo, nel libro della Genesi, fino alla visione di un nuovo cielo e di una nuova terra, nel libro dell’Apocalisse.

Il resto dell’anno si divide in sette sezioni di sette settimane ciascuna: 1) l’annuncio della venuta del Signore; 2) la Natività, l’Epifania e il Battesimo; 3) il digiuno del Signore, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione; 4) i cinquanta giorni della Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste; 5) la missione degli apostoli nel mondo; 6) la Trasfigurazione; 7) l’esaltazione della Croce.

Ogni settimana si celebra allo stesso modo un ciclo completo del mistero della salvezza, riprendendo in miniatura il ciclo dell’anno liturgico. Naturalmente ogni domenica si celebra la risurrezione del Signore. Il lunedì ci si sofferma sul regno predicato da Gesù e annunciato da Giovanni Battista. Il martedì è il mistero della Chiesa; il mercoledì il mistero dell’Incarnazione; il giovedì l’Eucaristia; il venerdì la Croce e il sabato l’attesa della Parusia.

Robert Taft, il grande specialista della liturgia orientale, analizzando il contributo di Kurisumala allo sviluppo contemporaneo della Liturgia delle Ore siriaca, sottolinea il fatto che l’inculturazione lì vissuta è una realtà molto più ampia della liturgia in quanto tale:

«Ai nostri giorni, in Occidente, si scrive molto sul rinnovamento liturgico al Monte Athos e nella Chiesa ortodossa copta in Egitto. Tuttavia, negli ultimi trent’anni si è discretamente sviluppato anche un altro movimento, forse meno noto, ma indubitabilmente è una delle esperienze monastiche più radicali e più significative del nostro tempo»1.

 

[1] La Liturgia delle Ore in Oriente e in Occidente, Edizioni Paoline, Torino 1988, p. 319.